mercoledì 30 dicembre 2020


LA TERRA DELL'ABBASTANZA (I, 2018)
DI FABIO E DAMIANO D'INNOCENZO
Con MATTEO OLIVETTI, ANDREA CARPENZANO, Milena Mancini, Max Tortora.
DRAMMATICO
Nel blocco che il Covid ha imposto quest'anno alle sale cinematografiche, l'opera seconda dei fratelli D'Innocenzo, "Favolacce" è stata una delle più viste, e discusse della primavera/estate: il primo film, uscito ma visto pochissimo, aveva avuto buone critiche, e i due giovani registi romani hanno avuto così l'opportunità di proseguire a stretto raggio. "La terra dell'abbastanza" ha un titolo di sarcasmo geniale, una messa in scena a tratti sciatta, e una ferocia lucida nel raccontare una dimensione di miseria, soprattutto d'animo, che colpisce duro. I due ragazzi di periferia romana che travolgono, distrattamente, un tizio, mandandolo al Creatore, per scoprire che era un pentito e che il clan che era stato "tradito" dall'ucciso li accoglie come nuovi galoppini da tirar su a commissioni e incarichi che, ovviamente, sfociano nel crimine vero e proprio, vivono in area laziale, e la profezia di Leonardo Sciascia, a proposito della "sicilianizzazione" dell'Italia, a giudicare da "Mafia capitale", il litorale vicino alla Città Eterna in mano a famiglie di delinquenti, parrebbe, purtroppo, essersi avverata. Non del tutto a puntino in alcuni passaggi ( il pentimento improvviso di uno dei due protagonisti che porta ad una scelta tragica è fin troppo repentino, drammaturgicamente non reso benissimo), il film inquadra però bene la desolazione dello squallore umano in cui questi personaggi vivono: vivaci e quasi inquietanti i due giovani protagonisti per la naturalezza con cui passano dal cazzeggiare in macchina, come tutti i loro coetanei, all'omicidio, curiosa, ma indovinata, la mossa di affidare a Max Tortora il ruolo più complesso, e ingrato, quello del padre di uno dei due, Manolo, che sfodera un'inusitata attitudine a indossare un comodo cinismo quando serve per sopravvivere alla sordida, insulsa vacuità in cui passa la propria esistenza.

 

martedì 29 dicembre 2020


MA' RAINEY'S BLACK BOTTOM ( Ma' Rainey's Black bottom, USA 2020)
DI GEORGE  C.WOLFE
Con CHADWICK BOSEMAN, VIOLA DAVIS, Glynn Turman, Colman Domingo.
DRAMMATICO/BIOGRAFICO
La musica suonata, nei film, non è mai stata troppo facile da portare, o, meglio, quel che accade tra sale di incisione, composizioni e strumenti suonati, spesso non ha interessato granché il pubblico: eppure è genere a sé stante discretamente prolifico. "Ma'Rainey's black bottom", dal titolo irriverente, giacché cita il posteriore della cantante blues attorno alla quale si svolge il racconto, è la storia di una band all black, composta da veterani, da una cantante di talento ma dalla personalità spigolosa e acida, e da un giovane e ambizioso cornettista, forse non del tutto a posto mentalmente. Le tensioni nel gruppo, che via via affiorano, vengono a malapena tenute a bada dal buon riscontro trovato presso il pubblico: siamo nel Sud degli Stati Uniti degli anni Venti, e, come sappiamo, seppure artisticamente i musicisti neri riscuotessero clamore, c'era sempre una consistente barriera razziale che appesantiva la situazione. Co-prodotto da Denzel Washington, questo adattamento filmico di un'opera teatrale del 1984 tradisce fin troppo la propria origine: la regia di George C. Wolfe costruisce una discreta ambientazione, ma annaspa in una sceneggiatura oltremodo verbosa, con dialoghi spesso in eccesso e, benché il lavoro degli attori sia di buon valore, con l'ultima interpretazione di Chadwick Boseman, nella parte più difficile, quella del giovane talentuoso ma indisciplinato che compirà un atto tragico prima della fine, questo lavoro non decolla praticamente mai, purtroppo.

 


L'INCREDIBILE STORIA DELL'ISOLA DELLE ROSE
(I, 2020)
DI SYDNEY SIBILIA
Con ELIO GERMANO, Matilda De Angelis, Tom Wlaschiha, Leonardo Lidi.
COMMEDIA/DRAMMATICO
Quattrocento metri quadrati in mezzo al mare, al largo delle coste romagnole: una zona franca, proclamata Stato indipendente e Repubblica dal suo costruttore, Giorgio Rosa, ingegnere che per più o meno un decennio, dalla fine degli anni Cinquanta al '68, coltivò il sogno di una nazione microscopica, con tanto di governo, moneta e bandiera propri, e che, non venendo riconosciuta dalle altre nazioni, venne dapprima sgomberata e poi demolita. Riemersa da qualche anno, dopo un paio di decenni di oblio, la storia dell' "Isola delle Rose" è oggi ripresentata, in versione molto romanzata, da Sydney Sibilia, che ha girato il film per il colosso streaming Netflix ( e, vista la situazione causa Covid, non sarà nemmeno l'ultimo che gira film per piattaforme su cui la visione è fruibile diversamente, per forza, dalla sala cinematografica). Fermo restando che Giorgio Rosa fece parte anche, giovanissimo, della Repubblica Sociale, il film di Sibilia accantona molto del probabilmente realistico, per narrare una sorta di favola moderna, in cui un giovane, gagliardo e testardo, si mette in testa di voler creare uno spazio proprio, un'area nuova, in cui andranno adottate regole e adoperati costumi, battendosi contro la sufficienza e la regolare strafottenza del Potere consolidato. Sibilia ci aveva mostrato con la trilogia "Smetto quando voglio" ( partita benissimo, poi non sempre all'altezza della spinta propulsiva iniziale) che un cinema più slegato dalle convenzioni nostrane lui era in grado di farlo, sia per ritmo, che per tematiche e piglio, molto più vendibile oltre confine di tanti lavori targati Italia: e la messa in streaming di questa commedia con tratti anche drammatici, probabilmente, confermerà questa tesi. Coadiuvato da un cast giovane e vivace, Sibilia racconta un'utopia destinata a poca vita, ma sfacciata quanto basta per guadagnare simpatia, e suggerire, anche alla gioventù d'oggi, che ci si può anche rifiutare di prendere, per forza, il mondo com'è. Anche se il '68 non era in fondo così, anche se oggi è più facile dare retta a una bufala venduta bene in Rete, sottolineare, una volta di più, l'importanza del fattore umano fa guadagnare punti a questo piacevole e fresco lungometraggio.

 

lunedì 14 dicembre 2020


MILLENNIUM- QUELLO CHE NON TI UCCIDE
( Millennium: The girl in the spider's web, USA/GB/D/SW/CAN 2018)
DI FEDE ALVAREZ
Con CLAIRE FOY, Sverrir Gudnasson, Sylvia Hoeks, Claes Bang.
THRILLER/AZIONE
Se la trilogia originaria "Millennium", che sbancò nella prima decade del Duemila, firmata da Stieg Larsson aveva trovato prestissimo adattamento filmico in Svezia, Paese in cui si svolge perlopiù, lanciando a livello internazionale Noomi Rapace, il remake americano uscito ad inizio 2012, diretto da David Fincher e con Rooney Mara e Daniel Craig nei ruoli della hacker Lisbeth Salander e del giornalista di inchiesta Mikael Blomqvist aveva ottenuto buon successo, ma i capitoli successivi furono annunciati e mai più realizzati. Siamo passati direttamente, sul grande schermo, al quarto libro della serie, scritto dal successore di Larsson, scomparso prematuramente, David Lagercrantz. In cui ritroviamo Lisbeth come giustiziera di uomini violenti con le donne, e Blomqvist supervisiona articoli sulla rivista "Millennium" senza firmarne alcuno, dopo aver fatto esplodere le vendite grazie al suo reportage sul vizioso padre dell'amica e amante Lisbeth. La quale viene contattata da un ingegnere coinvolto in un programma di armamenti nucleari, che chiede alla giovane di recuperare dei file cruciali: da qui parte un'intricata trama di colpi di scena, accelerate action, ritorni in campo di personaggi creduti perduti, e nuovi segreti sull'abilissima maga della Rete. Se già nei capitoli successivi a "Uomini che odiano le donne" vedevano il principale personaggio maschile rimanere piuttosto sullo sfondo, anche in questo episodio la protagonista vera e propria è Salander, che nel venire interpretata da un'altra attrice, Claire Foy, acquista dinamismo ma appare più epidermica e meno curata nei dettagli. Non solo: cambiando firma in cabina di regia, si passa da atmosfere e suspence più elaborata del regista di "Seven" a una maggiore concessione al rocambolesco e all'azione tout court dell'autore del remake del raimiano "La casa". Ma le inverosimiglianze sono anche troppe, da rasentare la saga di 007, e, per quanto ben girato, il film si affida a fin troppi presunti colpi di scena per stupire davvero lo spettatore, che troverà questo thriller certo decoroso, pur se discontinuo, ma gli ricorderà fin troppo altre scene d'azione viste così tante volte.

 


LA DURA VERITA' ( The ugly truth, USA 2009)
DI ROBERT LUKETIC
Con KATHERINE HEIGL, GERARD BUTLER, Bree Turner, Eric Winter.
COMMEDIA/SENTIMENTALE

Se negli anni dai Trenta ai Cinquanta del secolo scorso alcune commedie a sfondo sentimentale si svolgevano in redazioni di giornali, dal decennio successivo, spesso abbiamo assistito a scaramucce, bizze e dispetti tra uomini e donne in studi televisivi: può darsi che d'ora in poi certa commedia, soprattutto di matrice americana, scelga di sfruttare un'ambientazione virtual-social, ma data la potenziale evanescenza dell'ambiente, può darsi che i tempi non siano ancora maturi. In "La dura verità" sono di scena una producer televisiva, appunto, ed un conduttore macho di una trasmissione che regolarmente bacchetta, anche volgarmente, le donne d'oggi, ma ha un innegabile successo di audience: accade quindi che il network per cui la giovane manager lavora assoldi il tipo, e i due si ritrovino a collaborare, seppur a denti stretti. Nonostante lei abbia stilato un prontuario di come dovrebbe e non dovrebbe essere un uomo che vuole al suo fianco, e l'aggressivo ( ovviamente lo è meno di quanto voglia sembrare) maschio alfa non corrisponde per niente, mentre invece il giovane e belloccio medico, vicino di casa della co-protagonista sarebbe decisamente l'uomo ideale, ma... Non serve essere un appassionato di cinema, brillante e no, per capire con larghissimo anticipo come andrà a finire la storia, anche perchè è legge quasi tacita che in questi contesti gli opposti si attraggano come non mai. Con gli adeguamenti sboccati di oggi, "The ugly truth" non dice alcunché di nuovo sulla guerra morbida tra i sessi, e se la regia di Robert Luketic appare abbastanza convenzionale, a sorpresa la cosa migliore di una pellicola abbastanza scontata e di poco conto è la discreta alchimia tra i due attori principali: se Katherine Heigl, che comunque non è diventata poi la star che ha avuto l'occasione di divenire dalla metà del primo decennio degli anni Zero, ci mette brio, Gerard Butler è più in palla di diversi altri ruoli che lo hanno visto testosteronico protagonista. Qui, perlomeno, fa notare che non si prende granchè sul serio.


 

domenica 13 dicembre 2020


BIG ( Big, USA 1988)
DI PENNY MARSHALL
Con TOM HANKS, Elizabeth Perkins, Robert Loggia, John Heard.
COMMEDIA/FANTASTICO
Dal tempo della loro uscita, tra il nostrano "Da grande" con Renato Pozzetto, e lo statunitense "Big" con Tom Hanks è in atto una relativa querelle sul quale abbia copiato l'altro: può anche darsi che l'idea sia venuta in contemporanea, più o meno, agli sceneggiatori delle due pellicole, ma resta il fatto che il film italiano è uscito quasi a Primavera dell'88, e quello americano è apparso nelle sale in patria nell'Estate di quell'anno, mentre in Europa giunse alle porte dell'Autunno. Tolte queste considerazioni, fu uno dei primi grossi successi firmati Penny Marshall, così come confermò l'astro di Hanks: la storia del ragazzino che, stufo dei limiti incontrati per via della sua età, esprime il desiderio di ritrovarsi velocemente adulto, e il mattino dopo ha il corpo ed il volto di un giovane uomo, e la mente ancora da preadolescente, innesca qualche situazione divertente, e sfrutta abbastanza bene l'estro attoriale del futuro protagonista di "Insonnia d'amore". Però, appunto, rimane sviluppato il giusto il potenziale comico della storia, troppo presto il film inclina alla commedia sentimentale, con l'impossibile rapporto di coppia con una donna, che dovrà accettare il ritorno del protagonista alla sua giusta età. In sostanza,in altre mani registiche, si sarebbe probabilmente assistito ad una pellicola più briosa, e più esilarante:così com'è venuta, risulta divertente nella prima parte e perde effervescenza via via che la proiezione scorre.
 

domenica 6 dicembre 2020


THE WOMEN ( The women, USA 2008)
DI DIANE ENGLISH
Con MEG RYAN, ANNETTE BENING, Debra Messing, Eva Mendes.
COMMEDIA
Se ne parlava da qualche anno di un remake di "Donne", classicissimo della commedia hollywoodiana firmato da George Cukor nel 1938, e molti i nomi fatti per mettere insieme il cast : infine, è stata la produttrice Diane English, a farne il proprio esordio dietro alla macchina da presa. Le quattro amiche Mary, Sylvia, Alex e Edie sono rispettivamente una figlia di padre industriale, una direttrice di una rivista à la page, una scrittrice un pò indolente, e una iperattiva madre di famiglia ultraprolifica. Accade che per un pettegolezzo, si venga a sapere che il solido matrimonio di Mary, in realtà, sia a rischio perchè il marito della donna si è fatto un'amante più giovane che prosciuga il suo conto corrente, e scatta la solidarietà tra le amiche tentando di ribaltare la situazione. Senza un uomo in scena, questa versione anni Duemila non fa affatto onore al titolo di Cukor: infarcito di dialoghi queruli, tendente al classismo (le amiche parlano della rivale di Mary, commessa in un grande magazzino, come di una "spruzzatrice", dato che vende profumi) , furbetto al punto da includere nel "clan" una nera lesbica dichiarata, ma conservatore deciso nel porre al centro del proprio interesse quattro privilegiate la cui maggior preoccupazione è la scelta degli abiti nelle boutiques e fissare un aperitivo. Forse influenzato dal successo della serie "Sex and the city", che imperversava in quegli anni, non diverte mai, ma stucca già dopo pochi minuti di proiezione, rendendosi indigeribile e colmo di vacuità varie. Nel cast, dalla fuori posto Jada Pinketts Smith all'anonima Debra Messing, ad un'artificiosissima Meg Ryan, si salva solo con un pò di mestiere Annette Bening. Ma è una fioca luce in una caduta rovinosa, e si capisce come mai la English non abbia proseguito nel dirigere altre pellicole.

 


L'INGANNO ( The Beguiled, USA 2017)
DI SOFIA COPPOLA
Con NICOLE KIDMAN, COLIN FARRELL, Kirsten Dunst, Elle Fanning.
DRAMMATICO

Già portato sul grande schermo da Don Siegel nel 1971, il romanzo di Thomas P. Cullinan "A painted devil" uscito nel 1966, trova nuovo adattamento in questo remake diretto da Sofia Coppola, presentato a Cannes nell'edizione 2017: la tragica parabola del soldato nordista raccolto dopo essere rimasto ferito dalle "superstiti" rimaste ad occupare un collegio femminile, che si ritrova in breve tempo oggetto del desiderio di buona parte delle presenti, e successivamente, forse anche per aver acceso troppe micce nelle occupanti il collegio, finisce in un vortice di sofferenza, da una brutta caduta, all'amputazione di una gamba, fino a cadere in una trappola inesorabile ordita da coloro che lo avevano inizialmente soccorso. Sceneggiato e diretto dalla Coppola, ripercorre in maniera piuttosto fedele la linea dell'originale siegeliano, che fu una delle prime occasioni per il grande pubblico di poter vedere il duro Clint Eastwood in un ruolo più sfaccettato di quelli che lo avevano portato al grande successo: mutano alcune cose, e soprattutto il finale, che nella versione del 1971 inclinava più ad un'impronta inquietante, ai limiti dell'horror, alludendo al sacrificio finale quasi come ad un rituale non nuovo, nè definitivo. Benchè a rischio di accusa di misoginia, in realtà anche questa versione 2017 sottolinea più che altro come i repressi istinti, sessuali o di crescita che siano, portino ad una complicità malata nel conservare uno status che, comunque, in qualche modo, rende privilegiate le fanciulle al centro della storia. Sofia Coppola, oramai un nome che si è "liberato" dal peso dell'eredità paterna, ritrova i limiti che non la promuovono mai del tutto, riuscendo sempre a smorzare i crescendo che amplierebbero la forza drammatica o comunque narrativa dei suoi lavori: detto questo, è il suo lavoro più convincente dai tempi di "Lost in translation". Nel cast, oltre ad un ruvido e smarrito Colin Farrell, buone le prove di un'algida Nicole Kidman, una trattenuta Kirsten Dunst, ed una falsamente ingenua e contraddittoria Elle Fanning.


 

lunedì 30 novembre 2020


E' NATA UNA STELLA ( A star is born, USA 1976)
DI FRANK PIERSON
Con BARBRA STREISAND, KRIS KRISTOFFERSON, Cary Busey, Paul Mazursky.
DRAMMATICO
Terza versione ufficiale ( quanto a imitazioni e rifacimenti non dichiarati lasciamo perdere, o stiamo lustri) del plot portato per la prima volta sul grande schermo da William Wellman nel '37, e già era un riadattamento di "A che prezzo Hollywood?", "E' nata una stella" versione '76 fu un progetto molto voluto da Barbra Streisand, all'apice della fama, che lo coprodusse anche. Nel racconto del musicista di grande successo perdutosi nelle proprie incertezze e nell'alcoolismo, che incontra per caso una giovane cantante e vive con lui una storia d'amore intensa ed appassionata, ma destinata ad un finale tragico per via della sua tendenza autodistruttiva, rifatto poi di recente da Bradley Cooper con Lady GaGa come co-star, si avverte presto dove si va a parare: Kris Kristofferson è un rocker verosimile, in quanto nasceva come cantante, poi divenuto attore, Barbra Streisand appare un bel pò dopo, ma, nonostante sia il controcanto "pulito" della storia, per una volta risulta meno convincente, sia come interprete musicale, che come attrice. Bella "Evergreen", ma le altre canzoni non sono il meglio inciso dalla cantante-attrice-regista: e se la fotografia risulta alla fine tra le cose migliori di questa operazione, le musiche, che avrebbero dovuto costituirne la spina dorsale, invece deludono. La regia abbastanza piatta di Frank Pierson, alla seconda prova dietro alla macchina da presa, certificava che il mestiere in cui rendeva meglio era quello dello sceneggiatore: gli si devono, infatti, copioni quali "Quel pomeriggio di un giorno da cani", "Nick Manofredda" e "Presunto innocente".

 

giovedì 26 novembre 2020


MALEDETTA ESTATE ( The mean season, USA 1985)
DI PHILIP BORSOS
Con KURT RUSSELL, Mariel Hemingway, Richard Jordan, Andy Garcia.
THRILLER
Da un romanzo dell'autore di best-sellers John Katzenbach, del quale anche altri gialli sono stati tradotti in film, un thriller che vede un assassino seriale uccidere vittime senza uno schema ben preciso, che poi contatta un giornalista di cronaca nera perchè colpito dai suoi articoli a proposito delle sue "gesta", e intesse con lui un rapporto arrivando ad anticipargli il suo prossimo atto delittuoso. Il reporter vive con disagio, ovviamente, la situazione, e cerca di collaborare con gli investigatori, ma la difficoltà di prevedere chi sarà la prossima vittima del killer è relativa proprio alla casualità con cui sceglie chi verrà assassinato. Diretto in maniera abbastanza anonima dal praticamente poi scivolato nell'oblio Philip Borsos, "Maledetta estate" è un giallo che poco di sé lascia allo spettatore: il protagonista è raccontato con i clichés tipici con cui i giornalisti venivano rappresentati sul grande schermo, dal rapporto conflittuale con il direttore alla redazione-acquario di tipi vari, e pure Kurt Russell qui non convince del tutto, pur essendo un buon attore. A livello di giallo, poi, dato che è un resoconto di un serial killer anomalo e quindi non dà elementi nemmeno al pubblico sul come ragionare su mosse e contromosse verso l'assassino, si procede un pò a naso: prevedibile la conclusione con lo scontro all'ultimo sangue tra il protagonista e il folle, con una suspence che in pratica non monta. Uno di quei film non certo improponibili, ma che non ha in pratica niente per rimanere impresso: da noi uscì l'anno dopo la sua produzione, d'Estate e non in tutte le città. Tra gli attori di contorno, si nota Andy Garcia, di lì a poco pronto ad emergere come cattivo in "8 milioni di modi per morire".
 


IL DITTATORE ( The dictator, USA 2012)
 DI LARRY CHARLES
Con SACHA BARON-COHEN, Anna Faris, Ben Kingsley, Jason Mantzoukas.
COMICO
Lo humour acido e dirompente di Sacha Baron-Cohen, che ha lavorato abbastanza di rado, rispetto a quanto abbia inciso a livello di comicità negli ultimi quindici anni, è qualcosa che verrà esplorato dagli studiosi di cinema: fautore di uno sberleffo irriguardoso e senza filtri, l'attore britannico ha spostato di qualche grado l'asticella del "poter dire e fare" sul grande schermo, per ottenere l'effetto riso. Anche ne "Il dittatore", dopo i vari "Borat" e "Bruno" si sogghigna sul tema scelto: il mondo mediorientale, ma anche l'atteggiamento degli americani, e quindi degli occidentali, verso quella parte di pianeta. Aladeen è un tipaccio, come ogni dittatore esercita il Potere con spietatezza, ma anche con l'impunità del bimbo viziato e sfrenatamente protetto dall'accondiscendenza collettiva, che così agisce per timore delle sue rappresaglie: ma gli si complica la vita il giorno che viene messo in mezzo per una trappola e sostituito da un sosia, ritrovandosi a doversi "guadagnare la pagnotta" in America. Come spesso accade per questo tipo di umorismo irriverente, non tutto funziona a puntino, per qualche risata che sgorga irrefrenabile, ci sono altre gags che divengono cadute di gusto un pò sterili, e quello che in qualche modo non rende questo film del tutto riuscito, è il volerlo inquadrare in una logica narrativa da commedia che "deve" incontrare un lieto fine. Baron-Cohen è comunque un attore meno rozzo di quanto si diverta a voler sembrare, diverse le apparizioni ( da John C. Reilly a Edward Norton via Megan Fox) di spicco ma dalla relativa incidenza sul racconto. Non che non si rida, ma ne rimane poca traccia, e se l'obiettivo era fare satira che mordeva, non è esattamente questa la maniera più appropriata.

 

lunedì 23 novembre 2020


PRECIOUS ( Precious, USA 2009)
DI LEE DANIELS
Con GABOUREY SIDIBE, Mo'Nique, Paula Patton, Mariah Carey.
DRAMMATICO
Arrivato in Italia "sponsorizzato" nientemeno che dal presidente americano in carica, all'epoca, Barack Obama come un film che avrebbe contraddistinto il nuovo corso, "Precious" ebbe meno impatto da noi che in patria, ove raccolse ottimi incassi e vinse diversi premi e attestati entusiastici di stima da parte della critica. La drammatica storia raccontata in questo film contempla l'esistenza tragica di una ragazza nera, obesa e semianalfabeta, che ha subito violenze dal padre e ha partorito un bambino affetto da sindrome di down, frutto del forzato incesto, e vive in una condizione di vessazioni perpetue da parte della madre, che la forza a mangiare, sfrutta il sussidio passando il tempo a guardare la tv e a maltrattare fino alle percosse la povera figlia: in un contesto in cui incuria, ignoranza e afflizione si mescolano ad una cattiveria impastata alla stupidità profonda, per fortuna la giovane protagonista incontra chi può portarla fuori dal suo personale inferno. Tratto da un romanzo firmato da Sapphire, questo racconto di crudeltà e compassione ambientato nella Harlem del 1987 ha un percorso classico, salvo nelle fantasie della ragazza che si vede star sul tappeto rosso, o diva dei nascenti social network, per evadere dal degrado quotidiano in cui vive: la regia di Lee Daniels è meno ispirata di quanto il soggetto richiederebbe, rimanendo su una visione civilista, qua e là scivolando sul superficiale, riscattandosi con la conduzione degli interpreti ( infatti Mo' Nique, nella prova della mostruosa madre della protagonista, è la madre più odiosa vista su uno schermo dai tempi della Faye Dunaway/Joan Crawford di "Mammina cara" che picchiava la figlia con una gruccia). Impossibile, tuttavia, non provare un moto di commozione nella scena in cui Precious finalmente si scuote dalla sua apparente apatia, e, nella classe in cui l'hanno messa, crolla in lacrime: un appello alla pietà verso una povera creatura nata e cresciuta nel posto sbagliato, e accanto alle persone più abiette, che arriva insindacabile.

 

mercoledì 4 novembre 2020


FINCHE' MORTE NON CI SEPARI ( Ready or not, USA 2019)
DI MATT BETTINELLI-OLPIN e TYLER GILPEN
Con SAMARA WEAVING, Adam Brody, Henry Czerny, Andie McDowell.
THRILLER/HORROR
La famosa formula che contraddistingue il matrimonio è, in questo caso, di una certa pertinenza, e anche piuttosto immediata: infatti la neosposina Grace, ebbra di felicità nell'aver impalmato il rampollo della facoltosa famiglia Le Domas, scopre la prima notte di nozze, di dover sottostare ad un rituale non proprio comodissimo. Infatti, tutti i membri della ricca famiglia, danno la caccia a chi sposa uno di loro, che, se sopravviverà alla nottata, potrà considerarsi accolto, altrimenti verrà sacrificato prima dell'alba. Un nascondino mortale, in cui muore, e mica bene, chiunque rintracci la "preda" o venga da questa sopraffatto. Giocato fin dall'inizio su un registro tendente all'ironia, "Ready or not", questo il titolo in originale, ha una discreta prima parte, quando viene mostrato il vero volto dei magnati Le Domas, però non regge del tutto la corsa, arrivando a inscenare ben quatto potenziali finali, scegliendo, infine, la conclusione meno felice, con un'alba rivelatoria che si rifà piuttosto a "Quella casa nel bosco" che ad altri classici dello "slasher movie", per abbracciare finalmente il paranormale. La protagonista, nipote di Hugo Weaving, storico cattivo della serie "Matrix", ci mette una grinta selvatica che non dispiace, che fa bene contrasto con l'isteria a stento trattenuta del suocero Henry Czerny e la finezza gelida della suocera Andie McDowell. Costato relativamente poco, ha incassato circa quattro volte il proprio budget: di solito, nel mondo hollywoodiano degli ultimi cinquant'anni, questo significa, nove volte su dieci, che la faccenda non finisce qui e se ne riparla in un sequel. Abbastanza difficile da imbastire, data la conclusione del film, ma il cinema americano ci ha abituati a  seguiti quanto mai tirati per i capelli, spesso....

 

venerdì 30 ottobre 2020


FELLINI SATYRICON ( I, 1969)
DI FEDERICO FELLINI
Con MARTIN POTTER, HIRAM KELLER, Max Born, Salvo Randone.
GROTTESCO
Produzione in macro rispetto al più povero progetto parallelo di Gian Luigi Polidoro dal testo di Petronio Arbitro (ci fu anche una causa tra produttori per via della lavorazione sul medesimo testo di due differenti film), il "Fellini Satyricon" vinse facile sul piano degli incassi, classificandosi sedicesimo nella graduatoria annuale del 69/70. Volutamente avulso da una logica narrativa, il film narra le avventure di due giovani scellerati in un Impero Romano opulento e già in fase di decadenza: si susseguono sullo schermo osservazioni di degenerazioni e vizi d'ogni tipo, sempre comunque a confermare che il Potere non ha pietà e le classi sono schiacciate sempre da quella sopra. Magniloquente nell'allestimento, fastoso nelle scenografie, è tuttavia un'opera in cui raramente si riconosce il tocco felliniano, se non, appunto, nell'esteriorità. Greve il passo, lente e compiaciute le sequenze, appare come un lavoro in cui l'intento pare più che altro quello di stupire o indignare lo spettatore: vige nel cast una sovraeccitazione sfiancante, probabilmente per l'esaltazione di attori poco celebri nel lavorare con un Maestro, abbondano pance e pappagorge, seni ubertosi e lascivie insistite. Senza fare dell'inutile moralismo, si arriva alla conclusione che tutto il rappresentato da Fellini in questo film anticipi di una decade l'ancor più provocatorio, ma forse meno politico "Caligola" diretto da Tinto Brass e poi tolto al regista di mano, ma ripeta in maniera pedante quel che si avverte già nelle prime scene: una deplorazione del Potere e dell'ignoranza entusiasta degli uomini che vi si piegano imbelli, oppure lo adoperino fiaccamente e ferocemente. Il meno convincente e peggio invecchiato dei film del Riminese.

 


BABY DOLL- La bambola viva 
( Baby Doll, USA 1956)
DI ELIA KAZAN
Con CARROLL BAKER, KARL MALDEN, ELI WALLACH, Mildred Dunnoch.
COMMEDIA/DRAMMATICO
Da un testo di Tennessee Williams, scrittore e drammaturgo degli scandali nell'America bacchettona della prima metà del secolo scorso, intitolato "Ventisette vagoni di cotone", un film del genere che oggi andrebbe nella categoria "dramedy", quindi mescolando tonalità leggere ad alte più serie, che fece indignare varie persone, soprattutto se d'animo conservatore o legate al clero più retrivo. Al centro del racconto la sposina giovane e dall'atteggiamento bamboleggiante ("Bambola" nella versione italiana) Baby Doll, che dette il nome poi al capo d'abbigliamento sfoggiato dalla protagonista per la maggior parte del tempo: sposata ad un uomo più vecchio, in odor di fallimento economico e dalle evidenti frustrazioni sessuali ( il film comincia con l'uomo che spia da un buco nel muro della propria abitazione in malora la giovane moglie dormiente, che non gli si concede), viene corteggiata avidamente da un rivale in affari del marito, la cui passione la renderà donna. In un contesto di ordinario squallore del Sud accaldato tipico dei racconti di Williams, un gioco delle parti che si svolge perlopiù nell'abitazione della coppia mal imbastita, o negli immediati dintorni, con tragedia sfiorata verso la fine. Rispetto a "Fronte del porto" questo è un'opera che ha subito maggiormente i segni del tempo, ma è una particolarità frequente in lavori che toccano temi che riguardano i presunti tabù in auge negli anni in cui vengono realizzati. Qui si parla di una sessualità repressa, che può guastarsi se auspicata nel modo sbagliato, ma fiorisce se si usano gli strumenti giusti, al punto da dare una svolta, in meglio. Malden ritorna a farsi dirigere da Kazan senza timore di dar corpo ad un personaggio quasi ripugnante, vile, prepotente, immaturo e ridicolo: gli esordienti Baker, nel ruolo della vita, e Wallach, qui nella sua interpretazione forse più misurata, danno il meglio sotto la conduzione di uno dei più grandi direttori d'attori del cinema di sempre, ed esordisce anche Rip Torn nel breve ruolo di un dentista. Il finale, come è giusto che sia, se si vuol parlare seriamente di certe tematiche, in dati periodi, si risparmia soluzioni illusorie, chiudendosi su un'incertezza che vede, comunque, le donne non al riparo dall'oscurantismo domestico di culture volte sempre all'indietro.

 

giovedì 29 ottobre 2020



 MAGIC NUMBERS- Numeri magici

( Magic numbers, USA 2000)

DI NORA EPHRON

Con JOHN TRAVOLTA, LISA KUDROW, Tim Roth, Michael Rapaport.

COMMEDIA/NOIR

La combutta tra un conduttore di una trasmissione sul lotto e una squinzia anch'essa bazzicante gli studi televisivi per una supertruffa legata alla conoscenza dei numeri vincenti genera una serie di situazioni potenzialmente pericolose, perchè le cifre in ballo sono molto alte,e tizi di malaffare, tra allibratori e tirapiedi che usano le maniere forti per riscuotere, sono molto interessati.... "Magic numbers", che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere uno dei maggiori successi della stagione 2000/01, fu invece un bel capitombolo che azzoppò le carriere di molti nomi: dalla regista Nora Ephron, proveniente da una decade di trionfi ( ma perchè una che nasce sceneggiatrice si mette a girare un copione così senza accorgersi che non funziona nulla come dovrebbe?), ai due protagonisti John Travolta e Lisa Kudrow, l'uno al declino della terza fase di una carriera segnata da picchi e cadute, l'altra luminosa in tv ma al cinema mal servita, fino ai comprimari Tim Roth, Michael Rapaport, Bill Pullman e Michael Moore (sì, proprio lui, che due anni dopo avrebbe vinto l'Oscar per il documentario "Fahrenheit 9/11"). Una commedia che dovrebbe essere leggera e giocare con la suspence del noir, ma si risolve in un pastrocchio senza capo nè coda, senza battute divertenti, che arriva pure ad essere noiosa nella presunta sequenza di fallaci colpi di scena. Caduta meritatamente nel dimenticatoio, non giustifica mai il probabilmente sostanzioso investimento compiuto per metterla insieme. Altro che numeri magici....


FROZEN II- Il segreto di Arendelle
( Frozen II, USA 2019)
DI CHRIS BUCK e JENNIFER LEE
ANIMAZIONE
FIABA/AVVENTURA/FANTASTICO/MUSICALE
Potrà sembrare curioso, ma un dato frequente negli ultimi dieci/quindici anni dice che al cinema i sequel possono incassare ancor più del primo episodio, specialmente se questo ha infranto diversi record di tenuta e redditività. Anche per "Frozen II" è andata così: era dura battere il record assoluto del primo film, uscito nel 2013, che è divenuto il maggiore successo di cinema d'animazione di sempre, ma questo numero 2 ci è riuscito, sorpassandolo e divenendo, ad oggi, il decimo incasso assoluto della storia del Cinema, senza tener conto di inflazione e svalutazione del denaro. E non basta: anche a livello di merchandising, si sta parlando di una diffusione planetaria impressionante, con vendite reiterate negli anni, non solo al momento dell'uscita delle pellicole. Tornano quindi in scena le principesse Elsa e Anna, versione cartoon della fiaba di Andersen "La regina delle nevi", con molte differenze dall'originale concepito dallo scrittore danese: si parte con un prologo che vede le due da bimbe con i loro genitori regnanti, e, più avanti, scoprire un'amara verità sul loro regno e sul come si sia esteso. Da qui un viaggio per riportare giustizia e rendere a chi spetta quello che è stato sottratto. Non è difficile leggere in questo racconto una metafora, nemmeno tanto sottile, degli Stati Uniti e sul come siano stati creati, con soprusi sugli abitanti originari e con vile prepotenza averli ridotti al silenzio: cosa che rende intelligente e anche più simpatico questo numero due, punteggiato da molte canzoni, in cui la vera protagonista è la non "magica" delle due sorelle, Anna, che riuscirà a riportare la verità nonostante, ad un certo punto, tutto sembri perduto. Graficamente ricco, con forse meno spazio all'umorismo, comunque garantito dal pupazzo di neve Olaf, potrebbe, visti i risultati, generare un capitolo terzo, che, sicuramente, non dispiacerà a nuovi e vecchi fans della serie che si svolge al gelo dei ghiacci infiniti.

 

domenica 25 ottobre 2020


I VIAGGIATORI DELLA SERA ( I/ES, 1979)
DI UGO TOGNAZZI
Con UGO TOGNAZZI, ORNELLA VANONI, Corinne Clery, William Berger.
FANTASCIENZA/DRAMMATICO
E' celebre l'intervista a "Domenica In" in cui un Ugo Tognazzi visibilmente irrequieto mandava per alcuni minuti in bestia uno scafato padrone di casa televisivo come Pippo Baudo, evitando le domande sul suo lavoro da regista e interprete in uscita, "I viaggiatori della sera", suo quinto e ultimo film in veste di director, e cercando di intavolare argomenti provocatori, piuttosto che parlare della pellicola. Il Tognazzi regista amava l'apologo, il racconto- parabola, e questo è forse il suo titolo più apprezzato, tra la manciata che lo ha visto dietro la macchina da presa: tratto dall'omonimo libro di Umberto Simonetta, vi si immagina che in una società imminente, le nuove generazioni abbiano instaurato un regime falsamente benevolente, in cui l'Ordine e le Buone Regole siano da seguire indiscutibilmente, e, giunti in zona cinquantennio, si venga accompagnati ad un villaggio vacanze in cui passare il resto della vita. La quale, si scoprirà, non è probabilmente destinata a durare moltissimo, dato che è in vigore una lotteria i cui vincitori vengono imbarcati in una crociera da cui nessuno fa più ritorno. Il film è amaro, uno sguardo preoccupato sul come l'Umanità abbia una tendenza cannibale inestinguibile, e come i non più giovani vengano visti come un peso da togliere di mezzo più o meno schiettamente. Tognazzi rimanda a uno dei suoi registi più cari, come Marco Ferreri, ma il milanese avrebbe gestito meglio l'iter del racconto, che, ad una prima parte interessante, fa succedere una seconda che via via sembra perdere forza e lucidità nell'illustrare il proprio filosofico assunto. Non che manchino i momenti di profondità, come nell'addio lacerante tra i due coniugi protagonisti, ma, come spesso accadeva nel cinema italiano coevo, per esempio, i bambini fin troppo autosenzienti, che arrivano ad arrivare sinistri, sono un piccolo inciampo narrativo che rende datato il messaggio. Tognazzi interprete, che dà le tonalità giuste al suo ribelle fuori tempo, risulta più convincente fino in fondo di quello che dirige, il quale, tuttavia, ricava da una seducente Ornella Vanoni un bel ritratto di donna, fatto di chiaroscuri efficaci.

 

giovedì 22 ottobre 2020



LASCIAMI ANDARE ( I, 2020)
DI STEFANO MORDINI
Con STEFANO ACCORSI, Maya Sansa, Valeria Golino, Serena Rossi.
DRAMMATICO/FANTASTICO/THRILLER
In una Venezia opaca, poco baciata dal sole, un architetto vive tra progetti di lavoro sul difficile campo edilizio della città veneta e la prospettiva di ridiventare padre, ma l'angoscia che lo attanaglia per aver perso un figlio non lo molla: soprattutto se viene raggiunto da una signora che gli racconta di aver acquistato la sua vecchia casa, e di sentire la presenza del bambino morto qualche tempo prima. L'ex-moglie, saputa la cosa, insiste per recarsi a controllare se quel che ha detto la sconosciuta, personaggio in vista con mani in pasta in molti ambienti "up" corrisponda a verità, la nuova compagna non regge le mezze bugie raccontatele per non metterla al corrente del corrosivo dubbio nato, e più che la storia avanza, sale una tensione che porta a galla verità mai dette. Stefano Mordini è un cineasta venuto dal mondo dei videoclip, che sa impaginare una storia, ma che pare sempre non trovare un proprio percorso definito: tratto da un romanzo uscito nel 2012, " Sei tornato", questo film assomiglia fin troppo da vicino a un classico anni Settanta, "A Venezia...un Dicembre rosso shocking", pur senza seguirne il versante più orrorifico, seppure insinuando un lato soprannaturale abbastanza robusto. Ma lo spessore e l'atmosfera del film di Roeg sono altra cosa. Nel cast spicca un teso Accorsi, ma anche il corollario femminile fa bene il suo lavoro, sebbene il personaggio della nuova compagna, impersonata da Serena Rossi, sia meno approfondito di quanto necessiterebbe. 

 


ODIO LE BIONDE ( Je hais les blondes, I/F 1980)
DI GIORGIO CAPITANI
Con ENRICO MONTESANO, JEAN ROCHEFORT, Corinne Clery, Paola Tedesco.
COMMEDIA
Enrico Montesano, prima di far parlare di sé per atteggiamenti spesso confusi in politica, è stato un interprete di gran successo per almeno una decade, interpretando commedie a raffica, lavorando in teatro e ritrovandosi al centro di show televisivi: un mattatore forse non sfruttato appieno, nonostante la verve e la prova della sua presenza remunerativa, avendo recitato in diversi titoli campioni di incasso, da solo o a fianco di altre personalità dell'epoca come Renato Pozzetto, Adriano Celentano o Vittorio Gassman. A suo agio con personaggi sbruffoni o timidi, Montesano qui ha buon gioco in una commedia coprodotta tra Italia e Francia, in cui impersona un "negro" ( come venivano definiti quelli che al giorno d'oggi sono i "ghost writer", cioè chi scrive davvero al posto di uno scrittore celebre troppo prolifico o in fase di stanca) che viene coinvolto in un giro di gioielli rubati, mentre deve consegnare al suo sfruttatore un romanzo che dovrebbe rilanciare la sua carriera. Diretto con brio e garbo da Giorgio Capitani, uno dei migliori registi di commedia leggera degli anni Settanta, "Odio le bionde" la butta sulla commedia degli equivoci, con qualche nudo soft di bellezze come Corinne Clery e Paola Tedesco, la collaborazione fruttuosa tra l'estro di Montesano e la flemma di classe di Jean Rochefort, e, se non ci si sganascia rumorosamente, si sorride spesso e comunque lungo la trama. 
 

mercoledì 21 ottobre 2020


UNA STORIA SENZA NOME ( I, 2018)
DI ROBERTO ANDO'
Con MICAELA RAMAZZOTTI, Renato Carpentieri, Alessandro Gassmann, Laura Morante.
DRAMMATICO
Vera autrice di romanzi, ma segreta, essendo una "ghost writer" per un autore in auge ma da tempo in crisi creativa, la single di bell'aspetto ma tendente alla solitudine Valeria si ritrova in una trama intricata, e, alla lunga, pericolosa, dopo essere stata contattata da un uomo misterioso di una certa età, che le suggerisce un racconto a proposito di un quadro di Caravaggio di cui si vocifera, ma si ritiene perduto o distrutto da tantissimo tempo. Ci sono di mezzo la mafia, e organi nazionali corrotti, e ci saranno rivelazioni sconcertanti per tutti i personaggi... Roberto Andò è un cineasta che sta percorrendo, da qualche anno, una strada personale degna di viva attenzione, mettendo in scena tematiche serie, con un'ottica mai greve, e permettendosi anche il lusso di qualche leggerezza, il tutto dirigendo cast interessanti e ben assemblati, e con una buona tecnica di narrazione. Qui siamo alle prese con una storia ispirata a fatti accaduti, insinuando che questo quadro caravaggesco sia, addirittura, entrato in trattative tra Stato e mafia. Micaela Ramazzotti sta al gioco con abilità, finalmente scostandosi dalle troppe volte in cui le si è assegnato un ruolo da ragazza con degli infantilismi o fragilità che hanno radici in turbe della psiche, Renato Carpentieri è una garanzia come presenza intensa, Alessandro Gassmann cita anche papà Vittorio de "La grande guerra", Laura Morante si fa meno nevrotica e sempre sensuale. Appassionante eppur leggero, il film è un piacere a vedersi, da non sottovalutare, nonostante sia stata poca la fortuna in sala.

 

martedì 13 ottobre 2020


SECONDO PONZIO PILATO ( I, 1987)
DI LUIGI MAGNI
Con NINO MANFREDI, Stefania Sandrelli, Lando Buzzanca, Mario Scaccia.
COMMEDIA/DRAMMATICO
Figura di peso storica e biblica, ma sempre defilata rispetto agli accadimenti della parabola del Cristo, almeno cinematograficamente parlando, Ponzio Pilato, prefetto e governatore della Giudea al tempo dell'arresto del Nazareno, viene messo al centro della storia in questo film di Luigi Magni. Che immette ironia e un'umanità anche recalcitrante, nel personaggio storico, affidandolo ad un attore che con lui aveva recitato più volte, come Nino Manfredi. Su Pilato ci sono idee discordanti, da parte degli storici: c'è chi lo indica come un uomo messo di fronte ad una questione enorme, tutto sommato passivo, ma anche descritto come un romano non accanito verso il Profeta, mentre altri ne parlano come di un funzionario corrotto e all'occasione infame, che pensò bene, per quieto vivere, di lasciare Gesù alla mercé dei furenti Giudei. Magni fa una riflessione su un'epoca storica, e sul senso del mistero e del giusto, anche, da parte di un tizio che si ritrova dinanzi ad eventi di cui comprende il peso, ma capisce anche che non può apporvi gran cambiamento, nonostante l'ufficialità lo rivesta di importanza dandogli un ruolo alto. E il regista romano punta il dito sul clero locale come portatore di pressioni interessate e malafede, come, con coerenza, ha sempre sostenuto nella sua opera, fin da "Nell'anno del Signore". Manfredi dà connotazioni ironiche al proprio Pilato, cogliendo l'occasione in sottofinale per un monologo che dà spessore alla sua interpretazione: risulta bene Lando Buzzanca come consigliere- banderuola del protagonista, convince meno Stefania Sandrelli nel ruolo della sposa di Pilato, mentre non si capisce lo sperpero di un interprete come Flavio Bucci nella parte di Erode Antipa, che occupa lo schermo per pochi minuti e non pronuncia quasi verbo. Un film non riuscitissimo, ma volenteroso.


 

venerdì 9 ottobre 2020


IL FEDERALE ( I, 1961)
DI LUCIANO SALCE
Con UGO TOGNAZZI, GEORGES WILSON, Mireille Granelli, Stefania Sandrelli.
COMMEDIA
Già lontani di una quindicina d'anni i fatti della Liberazione, l'insieme liberatoria e tesa fine della II Guerra Mondiale, cominciavano a venir fuori, in Italia, pellicole in cui si osava anche ridere di quell'ondata storica così violenta e che, purtroppo, aveva segnato le vite di tanti, e a tanti era stata fatale. "Il federale" divise la critica: se ci fu chi lo indicò come una commedia qualunquista, nemmeno così mordace verso il personaggio principale impersonato da Ugo Tognazzi, fascista convinto ma umanamente non pessimo, altri plausero alla satira su un idealismo vuoto, i cui gran maestri erano dei vili e opportunisti, e l'ignoranza era strumento fondamentale per fare accoliti. Rivisto oggi, racconta un viaggio che diventa un rapporto, tra due uomini ai poli opposti, l'uno graduato del Fascio cui si prospetta l'agognato scatto verso la carica di "federale" se compirà l'ardita missione, l'altro uomo di pensiero del fronte partigiano, non esente da difettucci, persona di cultura e mentalità ampia: scritto da Castellano e Pipolo, i quali curiosamente, finchè erano solo sceneggiatori, mettevano su cose affatto male, mentre da registi spesso sbracavano e giravano film di successo ma di forte mediocrità, diretto da Luciano Salce, il film si fa seguire con puntuale sorriso. Ugo Tognazzi, che qui trovò il vero lancio verso una carriera cinematografica di spicco, dà la tonalità adeguata ad un povero diavolo, in fondo, non disonesto e che crede nella propria dottrina, compiendo anche un gesto coraggioso: Georges Wilson è un intellettuale dalla sensibilità netta, con qualche furberia all'italiana ( quando si finge militare tedesco per mangiare a sbafo da una famiglia di contadini), che avrà uno slancio di pietà verso il suo ex carceriere, salvandolo da morte certa. Storiche le scene del sidecar e della notte sul "campo minato", fu il primo film cui Ennio Morricone scrisse le musiche. 

 

martedì 6 ottobre 2020


MOGLIE E MARITO ( I, 2017)
DI SIMONE GODANO
Con PIER FRANCESCO FAVINO, KASIA SMUTNIAK, Valerio Aprea, Marta Gastini.
COMMEDIA
Facendo un test con un'astrusa macchina che permetterebbe di leggere i pensieri dell'interlocutore, il medico Andrea e la conduttrice televisiva Sofia, marito e moglie, dopo un corto circuito provocato accidentalmente dalla donna, si ritrovano con le menti scambiate nel corpo l'uno dell'altra. La singolare situazione provoca, chiaramente, equivoci a tutto spiano, confusione reciproca, scoperte curiose e una nuova tensione, che però si rivelerà positiva, tra i due. Sceneggiato da due donne, diretto da un regista al secondo lavoro, "Moglie e marito" si rivela soprattutto un film affidato ai due protagonisti: Favino che assume atteggiamenti effeminati, la Smutniak che si ritrova maldestra sui tacchi e prende movenze rudi. L'innesco della comicità dovrebbe venire appunto dal collocare un attore di una certa virilità a esprimere una femminilità quasi impensabile, e, viceversa, un'attrice dotata di un fascino e di una femminilità solidi mimare atteggiamenti da maschio: a tratti il gioco riesce, ma non sempre, e se accade, è dovuto appunto alla brillantezza di Favino e alla verve della Smutniak. Ma intorno non c'è quasi niente, il film ha respiro corto, non compie quello che un soggetto del genere avrebbe dovuto, e cioè dare briglia sciolta a caratteristi funzionali in piccoli personaggi di contorno, e se voleva dare una lettura satirica dei ruoli nella coppia di oggi, rimane del tutto in superficie.

 


UNKNOWN- Senza identità ( Unknown, D/F/GB 2011)
DI JAUME COLLET- SERRA
Con LIAM NEESON, Diane Kruger, January Jones, Bruno Ganz.
THRILLER/AZIONE
Cos'è successo al dottor Harris, che, trovandosi a Berlino per un convegno, ha un incidente terribile e viene salvato a stento da una tassista? Ripresosi dopo quattro giorni di coma, l'uomo scopre amaramente che la moglie non lo riconosce, ma risulta sposata appunto a un dottor Harris che è tutt'altra persona: in più, non ha più denaro, viene preso per folle e comincia a ritrovarsi in pericolo di vita, dato che un killer professionista cerca di eliminarlo in ogni modo. Il protagonista, perso in una città che non conosce e con tutte le problematiche di cui sopra, si affida alla donna che lo ha salvato e ad un vecchio investigatore, ex- membro dei servizi della Germania Est, per trovare il bandolo della matassa, e sopravvivere. Tratto da un romanzo di uno scrittore belga, Didier Van Cauwelaert, il thriller diretto da Collet- Serra ha una buona prima parte, in cui l'intrigo si tesse e si sviluppa sulla confusione che il protagonista Liam Neeson, e di conseguenza lo spettatore, vive nel perdere ogni previa certezza, ma comincia a perdere colpi quando deve tirare le fila della faccenda, con l'ovvio complotto che c'è dietro al tutto. E chi ha un pò di dimestichezza con le spy-story non ci metterà molto a annusare i colpi di scena maggiori, compresa la non troppo probabile chiusa. Neeson uomo nei guai professionista ormai ci ha abituati ad appassionarci alle sue peripezie di persona che vorrebbe trovarsi fuori dalle disavventure, ma ci scivola dentro di continuo, ma il breve duetto tra Bruno Ganz e Frank Langella, ricco di tensione sorda, è probabilmente la cosa migliore della pellicola.