martedì 30 maggio 2017

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SCAPPA- Get Out ( Get Out, USA 2017)
DI JORDAN PEELE
Con DANIEL KALUUYA, Allison Williams, Catherine Keener, Bradley Whitford.
THRILLER
In America e in Francia è diventato un "caso": film d'esordio dello sceneggiatore e regista Jordan Peele, senza attori conosciuti, tranne Catherine Keener, e il caratterista Bradley Whitford, che interpretano i genitori "liberal" della fidanzata del protagonista, "Scappa-Get Out" ha incassato molto,  con ottime critiche, e qualche penna illustre che lo ha definito uno dei migliori horror della decade. A voler essere pignoli, più che un horror, è più un thriller che sfocia in declinazioni fantascientifiche, dato che l'elemento fantastico, obbligatorio nel cinema d'orrore, lascia posto a un'ipotesi di scienza piuttosto pretestuosa, ma che, come voluto dallo script, punta ad inquietare lo spettatore. In pratica, un incrocio di "Indovina chi viene a cena?", "La notte dei morti viventi" e, perchè no, "La fabbrica delle mogli", rielaborati: il giovane nero che la fidanzatina porta a conoscere la famiglia alto-borghese, che lo accoglie con curiosità e ostentata benevolenza, via via che il weekend trascorre, sente crescere uno strano disagio, alimentato da stranezze riscontrate nella casa, presso i due domestici afroamericani, e qua e là nelle amabili conversazioni tenute a cena e a pranzo. Ovviamente, c'è qualcosa che non va, come in ogni film "di paura" che si rispetti. Se si vuole, ci sono ingenuità di scrittura palesi ( una sala operatoria senza un respiratore, e illuminata a candele?), ma il film è intelligente, cova una vena satirica piuttosto scoperta, compreso un finale irridente, e ha la saggezza di impostare la suspence con studiata calma, salvo far esplodere nella mezz'ora conclusiva la parte violenta del racconto. La discriminazione che alla base ha una concezione in stile "razza ariana", ma riletta al contrario, racconta molto e bene di certa mentalità del profondo Sud americano, in cui ancora può esistere qualcosa come il Ku Klux Klan: già il prologo, con una sequenza di tensione commentata dall'allegra canzoncina "Run, rabbit, run", fa il suo effetto nel mettere in guardia lo spettatore. Un film non rivoluzionario, ma avvincente e non banale, nonostante il finale ricordi quello di "Hostel". 

lunedì 29 maggio 2017

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THE FOUNDER ( The founder, USA 2016)
DI JOHN LEE HANCOCK
Con MICHAEL KEATON, Nick Offerman, John Carroll Lynch, Linda Cardellini.
DRAMMATICO/BIOGRAFICO
Sembra che al produttore di "The Founder", l'idea di produrre un film sulla vicenda che permise a Ray Kroc, sconosciuto rappresentante di elettrodomestici, di acquisire i diritti dell'avviatissimo locale "McDonald's", e di farne la catena miliardaria che conosciamo oggi, sia venuta ascoltando la canzone "Boom, like that" di Mark Knopfler, dedicata appunto al fin troppo pratico Kroc. Il quale, girando per gli States nel vano tentativo di far soldi piazzando frullatori, incappa casualmente nel chiosco dei fratelli McDonald, e l'idea dell'hamburger nel panino, con patatine e bibita di corredo, gli sembra un'intuizione così geniale da voler a tutti i costi entrare in affari con i due ristoratori. La storia parte nel 1954, e giunge fino alla fine della decade successiva, con il braccio di ferro tra i veri McDonald e colui che li rese celebri in tutti gli USA, e poi nel mondo. Fatto slittare a Dicembre dall'originaria data di uscita, programmata per Luglio, in America, probabilmente per farlo concorrere alle nominations per gli Oscar, come poi, invece, non è avvenuto, "The Founder" è un buon biopic, che racconta una storia sconosciuta ai più, ma che via via incuriosisce lo spettatore, e ne cattura l'interesse. Come metafora sulla pratica aggressività del capitalismo, il film funziona, ma senza approfondire troppo, anche perchè il regista John Lee Hancock, specializzato in ritratti di personaggi realmente esistiti ( Walt Disney), e, per inciso, attento conoscitore della mentalità americana e della parte solida e "umana" dei miti del Paese, punta maggiormente sul racconto e sulla definizione dei personaggi. Numero da mattatore per Michael Keaton, che, dopo l'exploit di "Birdman" ha ripreso una visibilità ed una grinta che parevano sfumate; curioso che non sia riuscito a rientrare nella rosa delle  candidature per il miglior attore, e anche probabilmente ingiusto. Probabilmente romanzato al punto giusto, il resoconto delle trame di Kroc per, letteralmente, espropriare gli originali portatori di uno dei cognomi più celebri al mondo, è tuttavia ben congegnato, e fila via per oltre due ore senza che il pubblico si annoi.

lunedì 22 maggio 2017

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SETTE SCIALLI DI SETA GIALLA  ( I, 1972)
DI SERGIO PASTORE
Con ANTHONY STEFFEN, SYLVA KOSCINA, Jeannette Len, Giacomo Rossi Stuart.
THRILLER
Dario Argento, con tre film, aveva sbancato il botteghino e cominciava ad acquistare notorietà internazionale, e via con imitazioni a tutto spiano, dai titoli enigmatici e inquietanti, nonchè fantasiosi, con la regola di mettere un numero, o un animale per definire la trama, o uno snodo importante della stessa. Qua gli omicidi riguardano un atelier di moda, anche se il primo delitto appare una morte naturale: per caso, il protagonista, un pianista cieco, in un bar sente frammenti di una conversazione tra una donna e qualcuno, circa un piano in atto relativo all'assassinio della propria fidanzata ( ma pensa le coincidenze!!!). Da lì in poi, l'uomo, affiancato da un fedele maggiordomo, conduce un'indagine parallela a quella della polizia, in una Copenaghen che ovviamente ha il suo peso, per la componente esotica necessaria ad arricchire il film. Una trama che non convince mai per accumulo di improbabilità, desunta da una sorta di collage dei primi due successi argentiani ( il non vedente che percepisce una conversazione a proposito di un complotto delittuoso, l'assassinio sotto il treno, il gatto che ha un ruolo fondamentale, il verso di un animale in una telefonata che dà un'indicazione agli investigatori, e ce ne sono ancora...), recitazione stiracchiata, tra Steffen che figurava meglio negli western, la Koscina che nel ruolo della moglie tradita non è credibilissima, Rossi Stuart senior che fa il piacione, una sceneggiatura farcita di dialoghi bolsi, e delle soggettive feline abbastanza pasticciate, sono l'insieme di un dimenticabilissimo thriller che, oltretutto, ha una conclusione forzatamente secca, altro difetto dei quali il film ha una serie troppo lunga, così come di pecche e inciampi.

venerdì 19 maggio 2017

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KING ARTHUR- Il potere della spada 
( King Arthur: Legend of the Sword, USA/GB/AUS 2017)
DI GUY RITCHIE
Con CHARLIE HUNNAM, Jude Law, Astrid Bergès-Frisbey, Djimon Honsou.
AVVENTURA/FANTASTICO
Da non confondersi con "King Arthur", uscito nel 2004, diretto da Antoine Fuqua, in cui Re Artù aveva le fattezze di Clive Owen, questo kolossal affidato a Guy Ritchie narra l'origine della Tavola Rotonda inquadrando la sorte del giovane Artù fin dalla tragica infanzia, in cui scampa alla morte, per mano dello zio usurpatore Vortigern, e viene allevato in un bordello, imparando a destreggiarsi tra risse di strada e ladrocinii, finchè non viene il giorno in cui strapperà dalla roccia la leggendaria spada Excalibur, obbligandosi a intraprendere il cammino che lo porterà sul trono. Da "I cavalieri della Tavola Rotonda" di Richard Thorpe del 1954, via "Excalibur" di John Boorman, a oggi, la saga del re d'Inghilterra più celebrato dalle leggende ha avuto diverse chiavi di lettura e rimpasti sulla base conosciuta: qui, ad esempio, non c'è cenno alcuno di Lancillotto, nell'assemblamento di cavalieri della futura Tavola ci sono sia neri che asiatici ( non probabilissimo, anche se in tempi di politicamente corretto, leggi anche strizzata d'occhio a varie fasce di pubblico, that's Hollywood!), la questione della spada nella roccia ha una spiegazione inedita, e al futuro regnante si attribuisce una giovinezza da malandrino. Ritchie, che ha svolto un'analoga operazione di rilettura pop circa Sherlock Holmes, qua sembra molto meno a proprio agio che con il detective creato da Conan Doyle: scopiazza atmosfere da "Il signore degli anelli", con tanto di panoramica con rocche assediate da moltitudini di soldati, abbozza un contesto da fiaba horror per il cattivo Vortigern, che deve compiere sacrifici costosi per ingraziarsi mostruose sirene-piovre che gli garantiscono fortune e Potere, e commette l'errore piuttosto marcato, di far seguire ad una prima parte sostanzialmente divertente e personale ( si veda il resoconto fatto di pause e di passi indietro, ironico come riesce bene al regista di "Lock & Stock") una seconda in cui si prende troppo sul serio, e imbastisce scene d'azione confuse, duelli in cui si capisce pochissimo di ciò che succede, e, tanto per dire, ad un certo punto commette un errore di grammatica cinematografica inverosimile ( c'è uno zoom all'indietro accennato, in una scena notturna, che poi diventa uno zoom accelerato in avanti, roba da principianti con la cinepresa in mano). Del cast, al fin troppo gagliardo Hunnam nei panni di Artù, viene da preferire l'aristocratica malvagità di Jude Law re infame. Pare che questo dovesse essere il primo di sei film di una serie sui cavalieri della Tavola Rotonda: sarà. Ma lo slittamento dell'uscita dalla scorsa Estate a questa tarda Primavera, per perfezionare delle scene, non pare un segnale molto incoraggiante...

giovedì 18 maggio 2017

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ALIEN: COVENANT ( Alien: Covenant, USA 2017)
DI RIDLEY SCOTT
Con MICHAEL FASSBENDER, KATHERINE WATERSTON, Billy Crudup, Demian Bichir.
FANTASCIENZA/HORROR
Per Ridley Scott, la massima pericolosità, o espressione del Male, si definisce in stanze asettiche, eleganti, con musica di qualità, in un'atmosfera di nudo Potere e gelida raffinatezza, in cui non viene tenuto conto alcuno nè di coscienza, nè di sentimenti: l'avvio del sequel di "Prometheus", cinque anni dopo, presenta l'androide David a confronto con il suo inventore Weyland, che discettano di Wagner, Creazione e conseguenze. Poi ci ritroviamo nello spazio, sull'astronave "Covenant", investita da una tempesta elettromagnetica, custodita dal robot Walter, versione nuova della creatura biomeccanica, con le stesse sembianze (Michael Fassbender): ci sono oltre 2000 coloni ibernati, sul velivolo intergalattico, ed un equipaggio, tutto formato da coppie, per giungere ad un pianeta da cui, quando Walter deve svegliare la squadra di controllo, distano sette anni di viaggio. Distratti da un segnale che arriva sotto forma di musica, interpretato come una richiesta di aiuto, i viaggiatori della "Covenant" optano per fermarsi sul posto di provenienza del suono, che ha, per molti versi, caratteristiche di piena vivibilità: ma come sappiamo, al sesto appuntamento con le creature originate da Dan O'Bannon nel 1979 ( senza contare i due "Alien vs. Predator", s'intende), le strade dell'Inferno cosmico sono lastricate di buonissime intenzioni.... Dopo la "mayonese impazzita" di "Prometheus", in cui ogni cosa, sulla carta, avrebbe dovuto funzionare a meraviglia, da un cast impressionante, a effetti di alto livello, considerando anche il ritorno di Ridley Scott al timone, ed invece una sceneggiatura con troppe falle, salti di logica, esagerate inverosimiglianze ( sì, anche per un film di fantascienza), rese il kolossal sostanzialmente non riuscito, il regista che dette il via alla saga ha realizzato un sequel molto più convincente. La mossa vincente di Scott è scegliere un relativo basso profilo, allestendo questo film, comunque dalle grosse proporzioni, come un "b-movie" aggressivo e teso, senza attori celebri, escluso Fassbender, che gioca il dualismo dei due androidi cui dà volto con abile scioltezza, con una prima parte che ci mette poco ad adottare il giusto passo per tenere lo spettatore sul chi vive, e con molta azione, per poi far seguire un prosieguo in cui molto si spiega, ed un'aura lucidamente orrorifica, con tanto di scienza folle ( che fa tanto "Frankenstein") finalmente chiarisce come un organismo tanto spietato quanto perfetto come  Alien sia nato. Si proverà, molto probabilmente, una sensazione di dejà-vu di fronte a qualche sequenza, ma il capitolo più ambientato in esterni della serie vive di gustose citazioni, compresa un'aggressione sotto la doccia che rimanda a analoghe sequenze da slasher-film alla "Nightmare" o alla "Venerdì 13": sul piano pauroso, insieme al primissimo capitolo del '79, è l'episodio più violento, e, senza voler rivelare troppo, più pessimista dell'intera saga. 

mercoledì 17 maggio 2017

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PROFESSIONE PERICOLO ( The stuntman, USA 1980)
DI RICHARD RUSH
Con STEVE RAILSBACK, PETER O'TOOLE, Barbara Hershey, Allen Garfield.
COMMEDIA/DRAMMATICO/AZIONE
Tre candidature agli Oscar, tra cui quella per la regia e l'attore non protagonista, andata a Peter O'Toole, furono un riconoscimento inaspettato a questo bizzarro lungometraggio, che assembla commedia, dramma, scene d'azione, ed un gioco di specchi sul mondo del cinema e sulla finzione. Un reduce dal Vietnam un pò sbandato fugge da un controllo della polizia, e rocambolescamente finisce sul set di un film di guerra: per la sua spericolatezza, viene assunto come cascatore, ed entra in contatto con la bella star femminile della pellicola, che con l'estroso e dispotico regista. Il quale lo prende in simpatia, ma, venuto a sapere della sua condizione di fuggiasco, lo usa per girare le scene più pericolose, contando sull'incoscienza del giovane. Richard Rush è stato un regista non molto prolifico, con soli cinque titoli all'attivo in quasi trent'anni di carriera, che qui abbozza un discorso sul cinema ed i suoi paralleli con la vita, ed il gioco dei ruoli: e, considerato che la pellicola è del 1980, va detto che Rush ha fatto qua un film molto "avanti", miscelando generi come è diventato di moda oggi. Però il saliscendi di ironia e momenti più drammatici non è sempre ben gestito, la musica, per quanto di discreto livello, a volte sottolinea fin troppo seriosamente le sequenze, e il lungometraggio ha perlomeno un quarto d'ora di minutaggio di troppo. Steve Railsback, poi visto non molto, fa un buon lavoro tratteggiando un personaggio borderline ingenuo e coraggioso, Barbara Hershey diffonde fascino e ambiguità, ma il migliore in scena è Peter O'Toole, che dà tocchi mefistofelici e ruffiani al suo uomo di cinema, entusiasta e crudele ad un tempo, amichevole e pericoloso. Giustissima, nel caso, la candidatura a lui.

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IL PARAMEDICO ( I, 1982)
DI SERGIO NASCA
Con ENRICO MONTESANO, Edwige Fenech, Daniela Poggi, Rossano Brazzi.
COMMEDIA
Mario è un infermiere con poca disponibilità economica, con una bella moglie che, però, passa il tempo a guardare telenovelas, e programmi di confidenze sentimentali su una telelibera: la fortunata vincita di una Fiat Argenta e un fortuito incontro con una bella bionda, fanno sì che il protagonista si faccia passare per un luminare della medicina, per far colpo sulla signora e sul marito, un banchiere più anziano, con traffici poco legali da tenere nascosti. Quando Montesano era uno dei tre o quattro nomi che garantivano ritorno al botteghino, insieme a Pozzetto, Villaggio e Celentano, come gli altri girava film a tutto spiano, tra lungometraggi "normali" e film a episodi, quasi sempre remunerativi per i produttori. Questo non fu tra i più redditizi, anche se uno degli aspetti positivi della commediola è il lavoro di molti caratteristi tipici dell'epoca in cui il film venne realizzato, da Enzo Liberti a Leo Gullotta, da Enzo Robutti a Marco Messeri, da Franco Diogene a Enzo Cannavale. Però, la sceneggiatura a troppe mani ( cinque sceneggiatori, per una storiella così, mah...) ha lo spessore di una barzelletta, l'equivoco per il quale il protagonista viene scambiato per un professorone è giocato male, e sebbene siano notevoli sia la Fenech che la Poggi, non è minimamente credibile che con una bellezza come l'attrice franco-algerina ( alla quale l'accento romano in bocca non sta bene per nulla) per casa,  un ometto ordinario la trascuri sistematicamente. Se poi voleva essere una satira sul sistema sanitario sovraccarico e malfunzionante, e su quello giudiziario, corrotto , a Nasca non riesce proprio dileggiare nè l'uno, nè l'altro. Salvano un pò la situazione qualche battuta di Enrico Montesano ed il suo mestiere, ma possono ben poco, in un  quadro così anonimo.

sabato 13 maggio 2017

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BOSTON- Caccia all'uomo ( Patriots day, USA 2016)
DI PETER BERG
Con MARK WAHLBERG, Kevin Bacon, John Goodman, J. K. Simmons.
DRAMMATICO
"Hanno fatto incazzare la città sbagliata!". In effetti, una battuta del genere, può risultare involontariamente ridicola, perchè i tragici eventi della maratona di Boston del 2013, se fossero accaduti a Savona, Cordoba o Rotterdam, avrebbero causato le medesime reazioni. Si sa, Peter Berg è uno che non va per il sottile, ed è abbastanza palesemente un cineasta che viene da destra: ma, se si deve essere obiettivi, va anche detto che il suo modo di fare cinema è efficace e non peregrino, che sa imbastire un racconto anche corale, e mantenere un buon livello di tensione per buona parte delle pellicole che gira. E' anche un regista che ha un concetto di storie importanti, viste dal basso, magari da repubblicano, ma senza alterigia. Il serrato resoconto dei fatti, da appena prima dell'attentato da parte dei due fratelli ceceni che, con bombe fatte in casa, seminarono il terrore all'evento sportivo bostoniano verte su vari personaggi, realmente esistenti, tranne il protagonista Mark Wahlberg, che è un condensato di tre poliziotti presenti nel drammatico momento delle deflagrazioni, e importanti nella caccia ai terroristi. Semmai, quello che può lasciare perplessi è il chiaro manicheismo nel dipingere i due attentatori, uno uno psicopatico, l'altro un mentecatto, fondamentalmente due bambocci, ma ancor più cupa la rappresentazione della moglie del maggiore dei due, americana convertita all'islamismo, un'invasata totale. Nel ricco cast, funzionale e assortito bene, si può parlare di buona interpretazione collettiva, anche se, per esempio Michelle Monaghan è un pò sacrificata dal poco spazio concessole in una pellicola, infine, molto maschia. Negli anni Ottanta il termine "reaganiano" era piuttosto in voga, "trumpiano" può diventarlo oggi: ecco, "Boston-Caccia all'uomo", pur con le attenuanti di cui sopra, può andare molto vicino alla seconda definizione. 

giovedì 11 maggio 2017

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GUARDIANI DELLA GALASSIA - VOL. 2
( Guardians of the Galaxy, Vol. 2, USA 2017)
DI JAMES GUNN
Con CHRIS PRATT, ZOE SALDANA, Dave Bautista, Kurt Russell.
FANTASCIENZA/AZIONE
Forse la scommessa più azzardata della Marvel, "Guardiani della Galassia" fu un clamoroso successone al box-office mondiale ( da noi funzionò meno di altri titoli della casa, e anche questo seguito, per bene che stia andando, raccoglie meno degli altri kolossal marvelliani), nel 2014: ritornano quindi Peter Quill/Starlord, la guerriera verde Gamora, il forzuto Drax, il procione Rocket e c'è Baby Grott, versione mini dell'alieno metà umanoide e metà albero, sacrificatosi alla fine del primo capitolo. Questa volta si parte con uno scontro spettacolare con un mostro gigantesco, e poi, in fuga dalla razza aliena Kree ( perfetti, bellissimi, dorati e antipatici) per una marachella, i cinque eroi si ritrovano al cospetto, nientemeno, del padre di Quill, che, in pratica, è un pianeta sotto forma umana ( eh sì...) e li porta a visitare dove vive: in parallelo, la ciurma del pirata stellare  Yondu si ammutina, e elimina i fedelissimi del capitano, ma non aspettatevi che il villain sia uno dei corsari cosmici, perchè non è esattamente così. Se il primo film era stato un congegno insieme folle e genuinamente citazionista, con rimandi a classici del fumetto e memorabilia pura, in linea con la generazione del regista James Gunn, divertente e multicolore, questo sequel sta al suo predecessore come "Frankenstein Junior" sta, ad esempio, a "L'aereo più pazzo del mondo": per spiegarsi, il secondo è una mitragliata di gags che funzionano ad ogni visione, ilare e scatenato, ma il primo va oltre, aggiungendo profondità alle efficacissime trovate esilaranti, quando il tema dell'istinto che lega creatore e Creatura assume riflessi inaspettatamente toccanti, e aumenta lo spessore dei personaggi. Qui succede la stessa cosa: il racconto diverte, le citazioni vanno a segno perfettamente ( da Pac-Man, a "Cin-Cin", con un geniale cameo di David Hassellhoff), ma uno scontro finale forse un pò troppo lungo, viene largamente compensato con una virata decisa verso il sentimento, che non dispiace, e fa affezionare maggiormente lo spettatore ai caratteri in scena. Per quanto, come tutti i blockbusters, ci sia molto preparato a tavolino, per accattivarsi le simpatie del pubblico, la sequenza dei titoli di testa, con lo scontro sullo sfondo mentre Baby Groot balla in primo piano (è un cosino tenerissimo, che vi conquisterà, avvertiti!), la scena della freccia di Yondu che, al suo fischio fa una strage al buio, e il funerale conclusivo nello spazio, al suono di "Father and son" di Cat Stevens, sono mosse registiche che certificano la caratura di autore di James Gunn. E, avendo a che fare con una macchina da soldi di queste proporzioni, non era affatto una cosa scontata. 

lunedì 8 maggio 2017

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LIBERE, DISOBBEDIENTI, INNAMORATE- In between ( Bar Bahar, ISR/F 2016)
DI MAYSALOUN HAMOUD
Con MOUNA HAWA, SANA JAMMELIEH, SHADEN KANBOURA, Mahmud Shalaby.
DRAMMATICO
Tel Aviv, 2016: giovani e abbastanza indipendenti da vivere in un appartamento da sole, tre donne palestinesi inserite in una città più aperta rispetto al resto dello Stato. Ma lo è davvero? Se Salma è una dj che lavora in un bar, e vive con discrezione la propria omosessualità, verrà duramente attaccata dalla sua famiglia, cristiana, alla scoperta della sua relazione con una bella coetanea, Noor è una musulmana osservante che viene dal luogo in cui l'islamismo è più diffuso, in Israele, che ha un fidanzato oscurantista, il quale pretende di comandarla come fosse di sua proprietà; parrebbe che Sheila, avvocato, più lontana da complicazioni religiose, rispetto alle altre due, viva più "sciolta", e trovi conforto in una storia con un ragazzo, formando una bella coppia, ma ad un certo punto, anche lui tirerà fuori una rigidità conservatrice respingente. Il film di Maysaloun Hamoud rivela una mano femminile sia nel tratteggiare i personaggi principali, sia nel porre in evidenza, malgrado la facciata di modernizzazione della condizione femminile, quanto una mentalità retrograda e protervamente misogina, incida ancora oggi sulle donne ai margini del mondo arabo, in una logica di sopraffazione perpetua, urticante. Benchè nel film circolino fin troppa cocaina, e droghe più leggere, in maniera disinvolta, forse per rappresentare una forma di libertà conquistata ( però, pensando a cosa c'è sempre dietro ad un traffico di droga, non è il massimo dell'espressione, su), la ribellione delle tre co-protagoniste è resa senza enfasi eccessiva, anzi, quasi citando il finale de "Il laureato", il lungometraggio si chiude con i personaggi principali fianco a fianco, ma con lo sguardo un pò smarrito, e senza grandi certezze per il futuro. Una traccia di realismo che aggiunge verità ad un film interessante, più volenteroso che riuscito, ma che sottolinea come il ricorso ad una forte formalità nei rapporti interpersonali, ed una smaccata cortesia reciproca, spesso mascherino una diffidenza, ed una prepotenza sorde ma presenti.
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INSOSPETTABILI SOSPETTI ( Going in style, USA 2017)
DI ZACH BRAFF
Con MICHAEL CAINE, MORGAN FREEMAN, ALAN ARKIN, Ann-Margret.
COMMEDIA
Nel 1979, "Vivere alla grande" lanciò un nuovo regista, Martin Brest, che conquistò il plauso di molti critici, e riscosse un discreto successo commerciale, pur senza raggiungere incassi fantasmagorici: la storia di tre anziani che, un pò per rivalsa, un pò per dare una svolta alla loro vecchiaia, si improvvisano rapinatori, è oggi ripresentata con Michael Caine, Morgan Freeman e Alan Arkin al posto di George Burns, Art Carney e Lee Strasberg. Le vecchie glorie hollywoodiane non ci stanno ( anche giustamente, c'è da dire, perchè sono comunque attori amati dal pubblico, e che rappresentano sempre una fetta della magia del cinema) a farsi "liquidare", e, come dimostrano, ad esempio lungometraggi di diverso genere come "The Expendables" e "Last Vegas", con storie che tengano conto dell'avanzata età, possono ancora funzionare al botteghino. E' vero che Zach Braff non pare un regista di cui rimarrà gran traccia, e che comunque non sembra mettere gran personalità nel dirigere questa commedia, ma il film è tuttavia divertente, soprattutto nella prima parte ( la scena dell'inseguimento dopo il furto al supermarket è una delle più buffe della pellicola), e soprattutto ben recitato da tutti, compreso l'ispettore Matt Dillon: in una stagione in cui le commedie italiane sono frequenti, ma tendenzialmente quasi tutte piatte ed esangui, un filmetto brillante come questo può piacere al di là dei suoi effettivi meriti. Magari,  che gli americani si siano messi a rifare anche film che è difficile annoverare tra i grandi classici, può voler dire che le idee delle majors siano sempre più vaghe, ma questo è un altro discorso....
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THE MASTER ( The Master, USA 2012)
DI PAUL THOMAS ANDERSON
Con JOAQUIN PHOENIX, PHILIP SEYMOUR HOFFMAN, Amy Adams, Laura Dern.
DRAMMATICO
Vincitore del Leone d'Argento a Venezia 2012, e della coppa Volpi ex-aequo per i due coprotagonisti Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman, "The Master" è il sesto film diretto da Philip Seymour Hoffman, e, in un certo senso, anche uno dei più ambiziosi. Perchè la storia dell'anima persa Freddie, che, dopo aver prestato servizio militare durante la II Guerra Mondiale, torna a casa ma non ne combina una giusta, finchè non si imbatte per caso nel guru Lancaster Dodd, che ha fondato una setta, chiamandola "La Causa", scrivendo un libro che descrive la sua visione del mondo e della vita, è, in via metaforica, riferito a Scientology e a Ron L. Hubbard; non solo, è anche una lettura delle motivazioni che possono portare un adepto ad assumere i principi di un'organizzazione simile, e a come questa lavori su psiche e comportamento dei suoi "discepoli". Anderson è un regista consolidato, ormai, e pone qualche anno tra un suo lavoro ed un altro, quindi, come gli autori di una volta, ogni suo titolo arriva creando forti aspettative presso i cinefili. Non che l'autore abbia mai raccontato personaggi gradevoli, o storie consolanti, tutt'altro: però il racconto dello scellerato che, affetto da smanie e tormenti ruotanti attorno al sesso, peraltro ben reso da Phoenix, nonostante l'antipatia naturale del personaggio, e viene a contatto con una comunità le cui regole sono scandite da un uomo molto più cinico di quanto voglia apparire, raramente coinvolge, anche a livello di curiosità. Peccato, perchè Anderson sa impostare la narrazione, ma qui non ingrana quasi mai un ritmo, pur lento che possa essere, adeguato: e giungendo alla fine, si prova la sensazione di aver visto un film che ci mette molto più del necessario a esprimere il proprio messaggio. Tra i due interpreti principali, bravi entrambi, ma ai punti forse Hoffman batte il collega Phoenix: capita a quasi tutti i registi di realizzare film non centratissimi, e probabilmente, "The Master" non passerà alla storia come il miglior titolo dell'autore di "Magnolia". 
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IL SORRISO DEL GRANDE TENTATORE ( I, 1974)
DI DAMIANO DAMIANI
Con CLAUDIO CASSINELLI, GLENDA JACKSON, Lisa Harrow, Arnoldo Foà.
DRAMMATICO 
Quasi in maniera casuale, un giovane scrittore (Claudio Cassinelli) viene invitato da un prelato polacco (Arnoldo Foà) , per aiutarlo a scrivere la sua biografia, in un convento, in cui l'atmosfera è a dir poco straniante: il religioso fa parte di una sorta di gruppo in terapia, in cui ci sono anche un giovane nobile(Gabriele Lavia), un monsignore cubano (Francisco Rabal), un prete troppo simpatizzante con i sindacati (Adolfo Celi) e la vedova di un politico sudamericano (Lisa Harrow). Sono tutti, come nota il letterato, affetti da complessi di colpa, e la badessa che presidia l'istituto (Glenda Jackson) sa tenerli in pugno "aiutandoli ad espiare". Un film anomalo, nella cinematografia di Damiano Damiani, perchè è un dramma che, nella sostanza, ha la struttura di un thriller, con tanto di chiusa spiazzante che rivela molto e sarcasticamente lascia interdetto sia il protagonista che lo spettatore: "Il sorriso del grande tentatore", punteggiato da una colonna sonora di Ennio Morricone, non tra le sue migliori, ma calzante e adatta a seminare tensione nella storia, è arredato da un cast notevole, in cui spiccano la curiosità intellettuale del protagonista Claudio Cassinelli ( che peccato che questo bravo attore sia venuto a mancare così presto), la capacità intrigante della madre superiora Glenda Jackson, e la bellezza inquieta di Lisa Harrow. Opera fustigatrice del lato oscuro della religione, che manipola e ossessiona persone che hanno il difetto di accompagnare alla consapevolezza di non aver agito bene il timore ancestrale della punizione divina, e non terrena ( perchè rinchiudersi volontariamente in un luogo del genere, è già un supplizio...), non è un film perfetto, con qualche pecca, come un pò di lungaggini e dialoghi qua e là pretenziosi, ma che emana un fascino particolare, e tiene sulla corda il pubblico, quanto serve.

giovedì 4 maggio 2017

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CI VEDIAMO DOMANI ( I, 2013)
DI ANDREA ZACCARIELLO
Con ENRICO BRIGNANO, Burt Young, Francesca Inaudi, Ricky Tognazzi.
COMMEDIA
Marcello è un quarantenne lasciato dalla moglie, che vive a casa dall'amorevole nonna, con una figlia che gli vuole bene ma che forse è più adulta di lui: l'uomo si incaponisce a cercare la "svolta" per mandare al diavolo i problemi economici che lo affliggono, e riuscire ad arricchirsi, dimostrando così a tutti, e a se stesso, di non essere quel buono a nulla come è stato bollato. Si trasferisce così in Puglia, in un paesino in pratica abitato solo da anziani, senza un'agenzia funebre, con la sorpresa che...nessuno muore, lì. Il tema del quarantenne messo al bando da una società che non vede di buon occhio uomini che non si sono ancora realizzati era piuttosto interessante, però il film di Zaccariello, che veniva dai corti, così come fanno molti titoli della commedia italiana odierna, si accontenta di abbozzare un tema, e condirlo con un commediante noto, cui ruota tutto il film attorno, con musichette allegre e rassicuranti, ed un'ambientazione che non ha moltissimo a che fare con il reale. Intendiamoci, non è un film inguardabile,"Ci vediamo domani", però è sepolto sotto una patina di superficialità che non si rompe nemmeno quando il racconto inclina al malinconico, nella seconda parte. Brignano figura meglio del solito, anche se non è sempre seguito dalla regia, così come una buona spalla per lui è Burt Young, che caratterizza molto bene un anziano rimasto sognatore. Però il film è leggero al limite della fatuità, per quanto garbato e, appunto, cerchi di fare un discorso sull'utilità della vecchiaia, si piazza nella purtroppo folta schiera di operine che lasciano poco di sè. 
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AMERICAN PASTORAL ( American pastoral, USA 2016)
DI EWAN MCGREGOR
Con  EWAN MCGREGOR, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, David Strathairn.
DRAMMATICO
Uscito vent'anni fa esatti, "Pastorale americana", di Philip Roth, è stato salutato come uno dei capolavori della fine del Novecento: il racconto metaforico del disfacimento di una famiglia che, dal prossimo, viene considerata l'essenza dell' "american dream" diventa un apologo sulla società americana, e su quante menzogne necessiti un certo tipo di mondo per rimanere unito. Ewan McGregor, per esordire nella regia, ha scelto un soggetto niente affatto semplice, e, oltretutto, da non americano, essendo scozzese, poteva essere ancora più complicato per lui girare questo film. Il quale, viene specificato sui titoli iniziali, è "basato" sul libro di Roth, quindi, è implicito che la sceneggiatura è un'interpretazione del testo originale. Lo "Svedese" che sposa una ex reginetta di bellezza, con il consenso dato a malincuore dal padre ebreo, e che tira su una bimba bionda che, dall'adolescenza in poi, tirerà fuori un rancore adolescenziale che la porterà in gruppi militanti di strenua opposizione a priori, fino ad attentati bombaroli, che sconvolgeranno le vite di tutti. McGregor sceglie uno stile molto classico, da regista, allestendo un quadro che evidenzia progressivamente la solitudine di un personaggio considerato un vincente da tutti, con una moglie che nel corso degli anni diviene, sempre più, una fatua estranea, ed una figlia con cui c'è un rapporto tortuoso fino dagli inizi. A livello di direzione degli attori, il neoregista trae da se stesso, da Jennifer Connelly e Dakota Fanning delle buone interpretazioni, e, però, forse, il materiale a disposizione era fin troppo ambizioso per una prima regia: l'uomo equilibrato, a confronto con cattivi maestri teorici, e menti deboli che si fanno sfruttare per ogni causa, senza tenere conto delle conseguenze reali e drammatiche delle proprie azioni; le relazioni che affrontano il Tempo ed il cambiare delle vicende; gli anni Sessanta ed il tumulto sociopolitico che hanno comportato. In definitiva, questo è un lungometraggio ben girato, che ogni tanto rischia il clichè, e però non dà mai la sensazione di approfondire troppo i temi che inquadra. Si può parlare di un'occasione non pienamente colta, oppure di un lavoro fin troppo arduo per un esordio, e comunque, di un lavoro che ha dei punti d'interesse, ma non li sa sfruttare fino in fondo.