lunedì 31 luglio 2017

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LA MAFIA UCCIDE SOLO D'ESTATE ( I, 2013)
DI PIERFRANCESCO DILIBERTO
Con PIF, CRISTIANA CAPOTONDI, ALEX BISCONTI, Claudio Gioè.
COMMEDIA/DRAMMATICO
Il cinema e la mafia, dai tempi di "In nome della legge" di Germi, hanno avuto sempre un rapporto speciale: perchè parlare del fenomeno criminoso partito dalla Sicilia e poi germinato sotto altri nomi in varie parti d'Italia e del mondo, è sempre rischioso, anche cineasti in buona fede hanno in qualche modo fornito a capomafia e sicari degli aspetti anche fascinosi, vedi "Il padrino" e altri esempi. Anche se, ovviamente, bisogna andare oltre la facciata, perchè la saga di Coppola è una tragedia elisabettiana miscelata con sapori mediterranei, il rischio c'è sempre. Venuto da "Le jene", Pif firma col nome vero, Pierfrancesco Diliberto, il suo titolo d'esordio, e davanti alla macchina da presa è invece col "nome d'arte": comunque, visto che interpreta il personaggio principale, Arturo, solo nella seconda parte del film, giacchè nella prima, ambientata a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, c'è la sua versione fanciulla, impersonata dal simpatico Alex Bisconti. La chiave del racconto di trent'anni di Sicilia infestata dall'ascesa dei Corleonesi di Totò Riina e miseranda compagnia, è indovinatissima: attraverso l'ottica di un bambino che vede Giulio Andreotti come il proprio eroe, scorrono sullo schermo delitti celebri, come quelli di Boris Giuliano, Rocco Chinnici, Pio La Torre, e ovviamente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per spiegare l'influenza negativa della mentalità mafiosa, e della relativa, negazionista omertà del cittadino comune, che per non crearsi problemi, finge di non vedere. In più, altra mossa azzeccata, i boss come Riina, appunto, ma anche Bagarella, sono dipinti in versione comico-grottesca, abili solo nel tramare uccisioni ma disadattati nella gestione della vita di tutti i giorni. Il bello del film è che fa sorridere per quattro quinti, per poi ricordare la rabbia dei palermitani dopo la strage di via Amelio, che portò via Borsellino ed i suoi uomini, e finalmente un cammino intrapreso verso una "normalizzazione", dopo anni di sangue e tragedie: e il giro col figlio attraverso le targhe a ricordare coloro che hanno pagato con la vita tale risultato, è un giusto finale che dà un tocco di onesta commozione al film. Uno dei più riusciti esordi italiani degli ultimi vent'anni.

domenica 30 luglio 2017

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LA GRANDE CORSA ( The great race, USA 1965)
DI BLAKE EDWARDS
Con TONY CURTIS, NATALIE WOOD, JACK LEMMON, Peter Falk.
COMMEDIA
Nel 1908, viene organizzata una corsa in macchina da New York a Parigi, per promuovere il nascente mercato dell'automobile: l'eccentrico ( ed in teoria malvagio, in realtà più che altro un dispettoso) professor Fate vuole vincere a tutti i costi il trofeo finale, e con l'aiuto del suo sgherro Carmelo debella la grande maggioranza degli altri concorrenti con trucchi gaiamente sleali, ma rimane in gara la sua nemesi, l'amato dalle folle Leslie, personaggio in voga, accompagnato dal suo aiutante personale Ezechiele e dalla giornalista, femminista ante litteram , Maggie. Sarà un confronto tra calore, ghiacci, tempeste e altro, quello tra i due equipaggi, con impensate alleanze e rinnovati contrasti. "La grande corsa" è un dichiaratissimo omaggio di Blake Edwards al mondo delle comiche, e ai cartoon dei Looney Tunes: come si fa a non pensare alle diavolerie disgraziate di Will Coyote, assistendo alle iniziative maramalde di Fate, puntualmente seguite da una ritorsione delle cose sul duo (addirittura la casa-laboratorio del personaggio viene distrutta più volte...), con tanto di battaglia a torte in faccia: la cosa che lascia perplessi, semmai, di questa commedia con diverse gags azzeccate, soprattutto nella prima parte, è la durata elefantiaca, dato che si tratta di due ore e quaranta minuti di proiezione, che per una commedia è quasi impensabile. Anche se c'è da dire che la durata extralarge, in quegli anni, per altri film brillanti, non era inedita, vedi "Questo pazzo, pazzo, pazzo mondo" che sfiorava le tre ore. Curtis e la Wood sono belli e si prestano al gioco della regia ( la sequenza in cui lui, in una rissa, bacia le donne al volo e mena cazzotti agli uomini, è una delle migliori del film), mentre Lemmon e Falk danno vita ad un'accoppiata di una clownerie esagitata e cartoonesca. Dal film hanno tratto ispirazione alla Hanna & Barbera per creare la serie delle corse in cui apparivano Dick Dastardly e Motley. 
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ROAD TRIP (Road trip, USA 2000)
DI TODD PHILIPS
Con BRECKIN MEYER, Seann William Scott, Paulo Costanzo, DJ Qualls.
COMICO
Sull'onda del successo internazionale di "American Pie", giunse sugli schermi questo "Road Trip", pellicola comico-demenziale su un viaggio intrapreso da un quartetto di compagni di campus per scongiurare un guaio che sta per accadere ad uno di loro. Infatti, la notte d'amore con una bella ragazza che frequenta lo stesso istituto, ripresa in un filmino da una videocamera, è stata inviata per sbaglio alla fidanzata del giovanotto, e questo naturalmente...non ha da succedere. Così, preso di forza un amico recalcitrante e fin troppo succube del padre, che però è l'unico del gruppo a possedere una macchina, il gruppetto prende la strada e cerca di fare in tempo: naturalmente, come in ogni road movie che si rispetti, imprevisti, incidenti e complicazioni sono lì ad attenderli.... Divenuto in breve di culto presso il pubblico giovanile, generò due altri film, anche se non dei sequel veri e propri, "Euro Trip" e "Boat Trip", di minor successo: ad essere sinceri, di un'ora e mezzo o poco più di proiezione, fanno ridacchiare solo due scene, quella del salto del ponte distrutto, e quella, pur triviale, ma efficace, del toast francese. Per il resto, giochi e scherzetti a sfondo sessuale come piovessero, abbastanza bolsi, tra l'altro, personaggi che rimangono macchiette, attori non divertentissimi (il peggiore in campo è Tom Green, quello che non accompagna il gruppo nel viaggio, e narra la storia), ed una certa tendenza al floscio del copione, che quasi mai trova la chiave giusta per intrattenere con leggerezza il pubblico.
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GLI ONOREVOLI ( I, 1963)
DI SERGIO CORBUCCI
Con TOTO', PEPPINO DE FILIPPO, FRANCA VALERI, GINO CERVI.
COMMEDIA
Andavano di gran moda le commedie ad episodi nell'Italia degli anni Sessanta, erano l'occasione per divi del cinema brillante di poter girare dei minifilm a durata imprecisa (alcuni di una manciata di minuti, altre volte di oltre mezz'ora) e per i produttori di giocare i nomi di peso sotto contratto, abbinandoli magari ad altri meno rilucenti ma in attesa di sfondare. "Gli onorevoli" è una commedia a episodi che si incastrano, sul tema della politica: c'è il candidato missino Peppino De Filippo che andato a Roma per presenziare in tv, si troverà ridicolizzato in uno show musicale, il giornalista in corsa per diventare deputato del PCI Aroldo Tieri che per un equivoco sarà pubblicamente accusato di prendere sottobanco dei soldi dagli "odiati" americani, il liberale Gino Cervi che dovrà abbandonare la scena politica per una situazione imbarazzante, la DC progressista Franca Valeri che sostiene le donne in difficoltà, e viene presa in trappola sentimentale dal gaglioffo Franco Fabrizi, e ovviamente c'è Totò, che grazie al suo candidato monarchico Antonio La Trippa, il cui tormentone "VotAntonioVotAntonioVotAntonio" è oramai un classico della commedia all'italiana. Come satira, il film presenta diversi limiti, rimanendo spesso sul generico, quando non, addirittura, sfociando sul qualunquista, tra l'altro diventando uno dei primi film nostrani con un discreto uso di parolacce nel copione. Però tutto l'episodio con Totò è animato dalla verve del veterano della risata, e, a livello attoriale, tutti mettono mestiere saldo nella loro prova, compreso un Walter Chiari regista tv parecchio sopra le righe ma funzionale. 

sabato 29 luglio 2017

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THE DINNER ( The dinner, USA 2017)
DI OREN MOVERMAN
Con STEVE COOGAN, RICHARD GERE, Laura Linney, Rebecca Hall.
DRAMMATICO
Uscito nel 2009, il romanzo "The dinner" di Herman Koch ha ispirato più di un soggettista, in vari paesi. Infatti, in Italia venne prodotto, nel 2014, "I nostri ragazzi", con Alessandro Gassman, Luigi Lo Cascio, Barbara Bobulova e Giovanna Mezzogiorno, e nel 2017 esce la versione americana, con Richard Gere, Steve Coogan, Rebecca Hall e Laura Linney. Interamente ambientata durante una cena, tra due coppie in cui gli uomini sono fratelli, tramite flashbacks, via via che la serata trascorre, emerge una realtà spinosa, oltre i convenevoli, le portate esclusive e l'ambiente elegante: i figli di entrambe le coppie sono coinvolti in una vicenda terribile, dato che sono responsabili della morte di una barbona. Fatto ulteriormente aggravato dalla ripresa dello sciagurato fatto con i cellulari, per poi diffondere i video sulla Rete. I due uomini, in velato conflitto da sempre, soprattutto quello che è professore universitario (Coogan) che cela dietro un sarcasmo acido un rancore mai sopito per l'altro (Gere), senatore ad un passo dal candidarsi per diventare governatore, sono divisi sul come gestire la cosa: se il primo tende a voler proteggere il figlio, nonostante sia di fatto il vero responsabile dell'accaduto, il secondo vuole che la faccenda diventi pubblica, per giusto tormento di coscienza. Le due donne si schierano nettamente per coprire il misfatto, argomentando la decisione con uscite assurde: progressivamente, si ha modo di constatare quanta ipocrisia e latente malvagità, pur di difendere i propri privilegi, posseggono tre su quattro dei personaggi in scena.  Steve Coogan, alle prese con il carattere più ostico, manifesta bene un vittimismo capace di giustificare ogni cosa, anche la più oscena, per rivalsa nei confronti del mondo, Richard Gere, che asseconda la regia stando un passo indietro eppure interpretando il personaggio che si espone maggiormente, Rebecca Hall svela in fondo l'opportunismo di comodo affidatale, e Laura Linney, come spesso ha fatto in carriera, riveste forse la peggiore dei quattro di una falsità e di una mancanza di coscienza ignobili ( sarebbe ora che questa attrice fosse premiata con un Oscar, per la bravura che ha mostrato in più di vent'anni di carriera, spesso in ruoli secondari ma incisivi). Benchè il film ponga una questione morale e civica di un certo impatto, puntando anche su un gioco d'attori oggettivamente riuscito, la regia di Overman appesantisce oltremodo la narrazione, arrivando ad una durata fuori luogo di due ore, che per una pellicola ambientata più che altro ad una tavola, è chiedere troppo allo spettatore: la parte più interessante è nell'ultimo terzo di proiezione, e ci vuole veramente tanto per far carburare la visione. 

venerdì 28 luglio 2017

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WAR MACHINE ( War machine, USA 2017)
DI DAVID MICHOD
Con BRAD PITT, Anthony Michael Hall, Ben Kingsley, Tilda Swinton.
COMMEDIA/GUERRA
E' oggetto di discussioni, anche aspre, e di polemiche varie, la "fuoriuscita" dei film prodotti da reti televisive moderne, come Netflix o Amazon: vedi l'ultimo festival di Cannes, ove in molti hanno vivamente protestato sulla presentazione di "Okja", ritenendo ingiusto che un lavoro realizzato per la diffusione via Rete fosse in concorso come gli altri film. Pur ammettendo delle ragioni di produttori ed esercenti, il fatto che questi lungometraggi siano fatti con nomi di punta, maestranze degne di pellicole di prima categoria, sostanzialmente li pone al livello dei lungometraggi "normali"; la differenza principale è che, oggi come oggi, non siamo in grado di stabilire quanti spettatori realmente fruiscano della visione di una produzione del genere. "War Machine" ha una delle star di maggior peso del cinema americano odierno, Brad Pitt, come protagonista, ed è diretto da un autore di culto, l'australiano David Michod, che diresse "Animal Kingdom", cult di una manciata di anni or sono. Il film si inserisce nella tradizione delle commedie di ambiente militare, come "M.A.S.H.", e narra la storia di un generale dalle grandi ambizioni, che vorrebbe segnare una pagina importante di Storia chiudendo l'ormai annosa guerra in Afghanistan, ma viene tradito dalle proprie aspirazioni e dalle troppe aperture ad un giornalista che proviene dal mondo della musica. "War Machine" è ben impaginato, ma se voleva essere una satira non morde a fondo, e se invece commedia avrebbe voluto certificarsi, nella seconda parte comincia a prendersi troppo sul serio e fa sfumare le comunque non troppe occasioni di divertimento: da Michod ci si aspettava di più, anche se conduce gli interpreti con mano salda. Giudicato "mai così sopra le righe" da qualche critico un pò drastico, Brad Pitt fornisce un'interpretazione interessante, di un ottuso di carattere, dalla postura strampalata, dalla chioma platinata e dalle movenze goffe, ed è una delle cose più meritevoli di nota di un lungometraggio che progressivamente si sgonfia, pur senza precipitare. 

mercoledì 26 luglio 2017

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FORZA BRUTA ( Brute force, USA 1947)
DI JULES DASSIN
Con BURT LANCASTER, Hume Cronyn, Charles Bickford, Yvonne De Carlo.
DRAMMATICO
Considerato fin dalla sua uscita uno dei capisaldi del cinema d'ambientazione carceraria, sottogenere del film drammatico sempre in voga e, a periodi più e meno intensi, spesso riproposto con attori importanti in ruoli di uomini in prigionia, a volte ingiustamente, ma che spesso combattono contro un sistema spietato, cercando di sopravvivere e mantenendo comunque un'umanità residua cui aggrapparsi per non scivolare nell'abiezione. "Forza bruta" inquadra un penitenziario, a Westwood, in cui un capitano della polizia penitenziaria esercita il potere con piglio sadico, vessando violentemente i prigionieri, e mettendo su una sorta di manipolazione degli stessi, mettendoli contro tra loro. Il dottore del carcere, a conoscenza dei metodi sleali e paracriminali del funzionario, fa presente la cosa, ma è inascoltato: naturalmente, tutto ciò è destinato a causare una rivolta, che sarà particolarmente violenta. Per essere un film del 1947, appunto, questo di Dassin è un titolo che, soprattutto nelle sequenze in cui il capitano tortura uno dei detenuti, e nella rivolta finale, segna un punto di non ritorno nella raffigurazione del mondo carcerario, e palesemente prende la posizione del medico alcolizzato, che sostiene l'utilità della rieducazione del bagno penale. Un Burt Lancaster all'inizio del sentiero di star è un protagonista, non assoluto, incarna il carattere più ribelle tra i detenuti, che avrà un forte peso nell'insurrezione: non gli è da meno un protervo Hume Cronyn, nel tratteggiare un personaggio ottusamente malvagio e animato da una crudeltà appena celata. 
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DELITTO IN FORMULA UNO ( I, 1984)
DI BRUNO CORBUCCI
Con TOMAS MILIAN, Olimpia Di Nardo, Bombolo, Giuseppe Colizzi.
COMMEDIA/AZIONE/GIALLO
Episodio dieci delle indagini all'amatriciana dell'ispettore Nico Giraldi: muore un promettente pilota della Formula 1, per manomissione della macchina durante test di prova, e viene incaricato proprio il poliziotto più "scazzato" di Roma per cercare la verità sulla faccenda. In mezzo, le questioni delle difficoltà economiche del protagonista, il cognato perdigiorno che fa smadonnare l'eroe della borgata, un superiore che sembra avercela con lui, Venticello e i suoi goffi tentativi di tornare nel giro...Come per ogni personaggio iperserializzato, alla lunga il suo micromondo è pieno di cose scontate, facce note, schemi preconfezionati delle vicende: poi, si sa, dal punto di vista del giallo vero e proprio, le avventure di Giraldi non sono proprio il top, però la serie di Corbucci & Milian se l'è spesso cavata con discrete scene d'azione. In effetti, si avverte una certa stanchezza nel copione, nelle situazioni, e nella messinscena: certo, regista e attori ci mettono un bel pò di mestiere, ma hanno fatto bene a finire la serie con l'episodio successivo, "Delitto al Blue Gay". Spesso doppiato dalla controfigura che zompa, scazzotta, e pure balla, visto che erano gli anni del boom della breakdance e di film come "Flashdance", Milian è consapevole di fare il verso a se stesso, coadiuvato dal doppiaggio di Ferruccio Amendola, ma gigioneggia senza strafare. Classico filmetto da seconda visione degli anni in cui uscì. 

lunedì 24 luglio 2017

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ROGER WATERS THE WALL ( Roger Waters The Wall, GB 2014)
DI SEAN EVANS e ROGER WATERS
DOCUMENTARIO
Penultimo lavoro concepito e realizzato da membro dei Pink Floyd, per Roger Waters, e personale bandiera da decenni portato con (giustificato) orgoglio, "The Wall" è ancora oggi uno degli album più celebrati, e apprezzati, mai usciti nella Storia del rock e in quella della musica leggera. Portato in tour tra il 2010 ed il 2013, il disco, sentitissimo dal musicista, diventò nel 2014 un documentario codiretto dallo stesso Waters, assieme a Sean Evans: sulla scena, ogni brano del doppio album, accompagnato da coreografie e scenografie imponenti, energia e potenza del rock ampliate dalla magnificenza di un impianto adeguato, ed un manifesto persistente e vivo "anti" tutto ciò che condiziona e disumanizza. Per certi versi, si potrebbe parlare di "Roger Waters The Wall" come di un film-concerto, ma nel resoconto intenso di quello che accade sul palcoscenico sulle note delle varie "In the flesh?", "Another brick in the wall", "Hey you", "Mother", "Confortably numb" e il resto, Waters ha inserito squarci personali, come la lettera che comunicava alla madre l'avvenuta morte in battaglia del padre, il saluto alle vittime della guerra (scena splendida, in cui Waters suona la tromba nel cimitero), il viaggio in macchina per raggiungere Anzio. In una efficacissima ripresentazione della trentina ( in realtà sono 29, ad esser precisi) del disco, da indurre a sospettare vagamente un uso del playback da parte del rocker britannico ( ma, inquadrato spesso in primo piano, o è un mago della sincronizzazione labiale, o è appunto in gran forma vocale), Roger Waters, pur da anni lontano dai compagni d'avventura della band ( anni fa chiamò in più interviste "bastardi" Gilmour, Wright & Mason), conserva uno spirito ostinatamente anarcoide, e le musiche e testi del suo grande disco ( personalmente, ritengo il capolavoro assoluto dei PF "The final cut", però) continuano a appassionare, commuovere e far pensare e sognare. Apice del live, la sequenza in cui il muro si disintegra, rivelando luce e colori: vero che un concerto dà la massima sensazione solo se lo si sta seguendo presenti sul prato, sugli spalti o comunque "vicino", ma se in platea, o ovunque guardiate questo "Roger Waters The Wall", se tale sequenza vi procura un batticuore in più, un disco di 38 anni fa ha ancora una volta fatto centro.

lunedì 17 luglio 2017

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SPIDERMAN : HOMECOMING ( Spider-Man: Homecoming, USA 2017)
DI JON WATTS
Con TOM HOLLAND, Michael Keaton, Jon Favreau, Marisa Tomei.
FANTASTICO/AZIONE
"O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo". La frase viene da "Il cavaliere oscuro", e per confermarla, Michael Keaton è passato da essere, nel 1989, un Batman vituperato da buona parte dei fans dell'Uomo Pipistrello (ma oggi è considerato tra i più amati ad aver vestito maschera e mantello del personaggio) a un villain vero e proprio, nel 2017, antagonista di Spider-Man, nei panni, riadattati, di uno dei nemici storici del supereroe newyorkese, l'Avvoltoio. L'impressione, vedendo questo nuovo reboot delle avventure di Spidey (il secondo, dopo quello del 2012, e per la terza volta l'Arrampicamuri cambia volto), è che, riacquistando la possibilità di utilizzare uno dei caratteri più amati dei fumetti, dato che i diritti sono tuttora maggiormente in mano alla Sony-Columbia Pictures, la Marvel abbia voluto tutelare il Ragnetto in maniera speciale. Infatti, oltre a un cattivo di peso con un attore rilanciatissimo, c'è pure Iron Man in versione "tutor", anche se in realtà Robert Downey jr. presenzia per tre o quattro scene, ci sono diversi collegamenti agli "Avengers", molto più che nei fumetti, e l'intero film è improntato alla maniera delle commedie giovanili, tra balli del liceo, rivalità tra compagni di classe, e cotte adolescenziali. Il che non è un difetto, visto che il tutto è permeato da uno humour effervescente, e che comunque un paio di buone idee narrative sono ben distribuite lungo lo scorrere della pellicola. Più ragazzo dei predecessori, Tom Holland è un Peter Parker sospeso tra l'adrenalina della sua "dimensione speciale" e la confusione dell'età che vive, ed uno Spider-Man simpaticamente imbranatello ma volitivo e coraggioso, anche se il migliore in scena è Keaton, che, alle prese con un personaggio in origine rancoroso e vendicativo, lo rappresenta insieme calcolatore eppure umano, in una performance che lo rende tra i più memorabili malvagi del cinema che viene dai fumetti. Spidey probabilmente ritornerà a breve, con i suoi problemi e trionfi post-adolescenziali, contro altri nemici, dei quali uno si affaccia nella scena post-titoli di coda. Chi è? Un altro che si ispira agli aracnidi.....

domenica 16 luglio 2017

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IL GIORNO IN PIU' ( I, 2011)
DI MASSIMO VENIER
Con FABIO VOLO, Isabella Ragonese, Pietro Ragusa, Stefania Sandrelli.
COMMEDIA/SENTIMENTALE
Due realtà-casi del primo decennio del Duemila in Italia sono state le ascese di Silvio Muccino e Fabio Volo: dopo essere stato coprotagonista di alcuni titoli del fratello, essere arrivato a un ottimo successo personale, da condividere con il garantito Carlo Verdone il manifesto di un suo film dai grossi incassi, ed aver esordito nella regia egli stesso il primo, e conquistato una buona notorietà anche come autore letterario, nonchè divenendo un protagonista di commedie a sfondo rosa il secondo, i due sono stati accomunati anche da un repentino crollo di seguito da parte del pubblico. In buona parte imputabile ad un'eccessiva fiducia in se stessi, da promuovere progetti sulla carta potenzialmente accattivanti per le platee, poi rivelatisi fallimentari e ripetitivi: a Muccino II il disastroso esito della sua prima regia ha comportato una stasi ancora da concludersi, Fabio Volo, con "Il giorno in più", ha interpretato la versione per il cinema di un suo libro, che eppure aveva avuto vendite di un certo livello. Ma questa commediola sentimentaleggiante, se da un punto di vista umoristico funziona pochino, da quello "amoroso" va ancora peggio. E se lo spunto, di due insicuri ultratrentenni, che, a scapito del proprio cinismo in progresso, decidono di fare coppia per quattro giorni ogni tanto, a New York, poteva anche essere non malaccio, la svolta verso il canovaccio ultraclassico della storia d'amore porta ad un lieto fine oltre l'improbabile puro. Tra l'altro, copiando spudoratamente, sequenza conclusiva compresa, da "Serendipity", altra commedia alle caramelle zuccherose, dalla morale alquanto discutibile: ma qui, in più, siamo rei di mancanza di originalità. Il che, pesa e non poco sulla già scarsa verve del filmetto. 
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JOHN WICK. Capitolo 2 ( John Wick- Chapter 2, USA 2017)
DI CHAD STAHELSKI
Con KEANU REEVES, Riccardo Scamarcio, Ruby Rose, Laurence Fishburne.
AZIONE
Le azioni dello sterminatore per vendetta John Wick proseguono: uno dei non molti successi di cassetta recenti per Keanu Reeves ha trovato prontamente il verso per avere un sequel. Nel quale l'azione si sposta a Roma, per via di un incarico dato al superkiller Wick da un rampante boss della mala internazionale, impersonato da Riccardo Scamarcio: deve uccidere la di lui sorella ( Claudia Gerini), a sua volta regina del crimine nella capitale italiana. Wick acconsente, dietro ricatto del mafioso, e da qui si dipana la nuova sfida all'ultimo proiettile per l'atletismo massacratore del personaggio interpretato per la seconda volta da Keanu Reeves. Tanto per dire, se nel primo film i morti erano 67, qua diventano 112, di cui 108 fatti fuori dal protagonista: pare di assistere ad un videogame del genere "spara-spara", dato che spesso Wicka adopera uno schema per eliminare coloro che si trova di fronte. La parte ambientata a Roma è ridicola, con una Gerini che con solennità pronuncia battute puerili, e Scamarcio dona al suo malvagio una fissità da manichino che sconcerta: gli è rivale, in tal senso, Keanu Reeves, che al suo ammazzasette dà tale caratteristica, che va a sommarsi alle numerose pecche di questo seguito. Il casting ha previsto una riunione tra Reeves e Laurence Fishburne, anni dopo le sequenze insieme di Neo e Morpheus nella trilogia di "Matrix", ma è una stanca strizzata d'occhio, visto che il personaggio dell'attore più anziano è l'ennesimo Gran Maestro clandestino di inusitato e nascosto potere. Il film si chiude con Wick un'altra volta sotto tiro, il che fa pensare ad un possibile numero tre: ma visto lo svolgimento di questo episodio, ci si può anche augurare di no.