martedì 11 agosto 2020

 Sistemo l'America e torno un film di Nanni Loy, con Paolo VillaggioSistemo l'America e torno un film di Nanni Loy, con Paolo Villaggio

SISTEMO L'AMERICA E TORNO

( I, 1974)
DI NANNI LOY
Con PAOLO VILLAGGIO, Sterling St. Jacques, Armando Brancia, Alfredo Rizzo.
COMMEDIA/DRAMMATICO
Galoppino di un cumenda milanese che si diletta con una squadra di pallacanestro, Giovanni Bonfiglio viene inviato negli USA per portare in Italia un pivot che sembra aver davanti un radioso futuro: convinto di risolvere la cosa in due giorni, Bonfiglio si fa presentare il ragazzo, il quale manifesta da subito un carattere lunatico e scontroso, e pur avendo accettato l'offerta del magnate italiano, fa di tutto per complicare la vita all'intermediario, allo stesso tempo creando un rapporto d'amicizia con lui. Un Villaggio appena pre-Fantozzi, che in alcuni momenti sfoggia la comicità paradossale di cui era maestro, ma Loy sembra fin troppo controllare la vis del comico genovese: il quale si presta ben volentieri ai momenti anche drammatici della pellicola, senza sfigurare o risultare forzato. In una sorta di reportage in cui si vuole mostrare i grandi controsensi americani, la regia dell'autore de "Le quattro giornate di Napoli" è inusitatamente sciatta, spesso disordinata e confusionaria. Il copione cui hanno messo mano anche De Bernardi e Pinelli, vale a dire due delle migliori firme tra gli sceneggiatori italici dell'epoca, vuol mettere troppa carne al fuoco: parlare dei conflitti razziali, della società americana fin troppo idolatrata da molti giovani europei, dei dislivelli economici e della violenza sempre pronta a entrare nelle vite comuni in metropoli in cui, già allora, si aveva la percezione che fossero veri e propri formicai umani, in una commedia di un'ora e mezzo è fin troppo. Sterling St. Jacques, poi divenuto celebre come "il primo nero con gli occhi azzurri" ( ma usava lenti, come poi emerso) trova un buon affiatamento con Villaggio, ma la narrazione è eccessivamente episodica, ed il ritmo va a fasi alterne.

 Il Grande Salto RecensioneIl grande salto - Sentieri Del Cinema

IL GRANDE SALTO

( I, 2019)
di Giorgio Tirabassi
Con GIORGIO TIRABASSI, RICKY MEMPHIS, Roberta Mattei, Gianfelice Imparato.
COMMEDIA/DRAMMATICO
Giorgio Tirabassi è da anni attore di teatro e divenuto famoso per aver ricoperto un ruolo importante in diverse stagioni della serie Mediaset "Distretto di polizia", ma al cinema non ha avuto molte buone occasioni per imporre anche sul grande schermo il suo talento: interprete capace, ed abile a rendere una "normalità" che viene assorbita facilmente dal pubblico, si è deciso a debuttare da regista e dirigersi da solo. Nella storia che vede due personaggi marginali della malavita romana dannarsi per cercare la svolta che finalmente compenserebbe una vita perlopiù sprecata, si ha modo di assistere alla piccola odissea tragicomica che include anche una scarica di fulmine, una rapina "soffiata" ed un miracolo al contrario: due disgraziati che non sarebbero dispiaciuti a Sergio Citti, ma che in segreto si compatiscono l'un l'altro ed allo stesso tempo si vedono ognuno come lo specchio peggiorativo di sè. Le pecche maggiori de "Il grande salto" sono quel finale apparentemente ottimista e troppo spinto da ellissi che rimangono oscure, e quella sua indecisione di fondo, se essere un dramma con qualche venatura ironica, oppure una commedia dell'assurdo che lascia spazio all'amarezza. Perché tante gliene capitano, a Nello, che cerca compagnia femminile sulle chat ma manda regolarmente tutto all'aria perchè è un disadattato con le donne, e a Rufetto, che cerca di darsi una prospettiva familiare, ma la propria natura lo devia puntualmente, che per forza il film punta a rifarsi alle grandi commedie di un tempo, con i vari Tognazzi, Sordi, Manfredi, Gassman, impegnati a cercare di sfangarla mentre tutto giocava loro contro. Fanno apparizioni brevi vari volti famosi, da Mastandrea a Giallini, per dar supporto ad un'operina volenterosa e qua e là riuscita nel far sorridere e riflettere lo spettatore, ma che necessitava di trovare un equilibrio narrativo maggiore: e dire che come ritmo, qualità delle inquadrature e allestimento, Tirabassi sembra sapere il fatto suo. Aspettiamolo ad una seconda prova.