martedì 28 marzo 2017

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ELLE ( Elle, F/D/B 2016)
DI PAUL VERHOEVEN
Con ISABELLE HUPPERT, Anne Consigny, Laurent Lafitte, Charles Berling.
DRAMMATICO/THRILLER
Dopo quasi un anno dalla sua apparizione al Festival di Cannes, ove rischiò piuttosto seriamente di vincere la Palma d'Oro, e tanti riconoscimenti, tra premi vinti e candidature importanti ( Isabelle Huppert ha vinto il Golden Globe come miglior attrice drammatica, ed è stata, probabilmente, ad un soffio dallo strappare l'Oscar a Emma Stone), giunge finalmente da noi l'ultimo film dell'eretico da box-office Paul Verhoeven, cineasta quasi sempre controverso, in ogni sua opera. Dal romanzo "Oh..." di Philippe Dijan, che ha curato anche la sceneggiatura della pellicola, il racconto vede una manager di una casa produttrice di videogames aggredita in casa e stuprata da un uomo con il passamontagna: la donna decide di non denunciare il fatto, e di cominciare una personale ricerca dell'aggressore, e, oltretutto, sono i giorni in cui il padre, in carcere per una tremenda faccenda accaduta anni prima, attende l'esito della domanda di grazia inoltrata dal suo legale. "Elle" è un film da cui si esce, perchè certi film pongono questioni e toccano argomenti in cui comunque tu, spettatore, entri, attoniti. Perchè va bene che il comportamento umano è psicologico, e non logico, ma la protagonista Michèle, non fa una mossa che sia una, che abbia un'umana logica: è dissociata, fa puntualmente quello che spiazza gli interlocutori e al contempo la mette in una posizione non facile, o di pericolo. Il film parte come un thriller "rape & revenge", ma solo nella sua prima metà si mantiene tale ( anche perchè, allo spettatore smaliziato, in due inquadrature sarà abbastanza chiaro chi sia stato il violentatore misterioso), e via via assume un'aura grottesca che diventa una chiara deprecazione della "buona società", covante radici incresciose, quando non malate, dietro la facciata del bon ton e del bel vivere. Però la storia procede attraverso un accumulo di eventi clamorosi che diventano un pò troppi, per essere credibili, e Verhoeven pare non maneggiare con completa proprietà il tono appunto grottesco acceso che sarebbe stato necessario: e spesso si prova la sensazione di cose buttate lì a titolo di provocazione forte, ma un pò fine a se stessa, tanto per stravolgere chi guarda. Quindi, straordinaria la prova di una Isabelle Huppert ancora molto fascinosa, a sessantaquattro anni, buone certe intuizioni di regia, elegante la messinscena, ma per confermare la fin troppa teoria che pervade il film, quando mai una vittima proclama al suo carnefice, in una posizione più che rischiosa per la propria incolumità, che lo denuncerà? A proposito di logica, appunto...
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CELL ( Cell, USA 2016)
DI TOD WILLIAMS
Con JOHN CUSACK, SAMUEL L. JACKSON, Isabelle Fuhrman, Stacy Keach.
HORROR
Ammettiamolo, un uovo di Colombo come l'intuizione che sta alla base del romanzo "Cell" di Stephen King, è acuta: qualcosa che mandi in pappa la mente di chiunque stia usando un telefono cellulare in un dato momento, è un'ipotesi terrificante, quanto non so a che punto improbabile. Però, già il libro, dopo un ottimo avvio, via via sfuma in un racconto monotono, e non tra le cose migliori dello scrittore del Maine, con un finale aperto, che dava la sensazione, più che altro, che l'autore non avesse idea di come far concludere la vicenda. Prodotto dopo diversi anni dall'uscita del volume, e con l'uscita rimandata più volte per imprecisati motivi, il film cambia alcune cose del romanzo, co-sceneggiato da King stesso, soprattutto nella seconda parte. Però c'è poco da fare: la storia del pellegrinaggio verso la famiglia lontana e probabilmente in pericolo del protagonista John Cusack, accompagnato da uno sparuto gruppetto di sopravvissuti, per casualità varie, all'ondata elettronica che ha reso, in pratica, zombie assassini ( ma non cannibali) orde di persone comuni è molto risaputa, e approda stancamente ad un finale ancor più balzano dell'originale su pagina scritta. Un Cusack mai convincente, che pare appena alzato dal letto, nonostante il pericolo costante in agguato, un Jackson presente, che dà il minimo sindacale per essere decoroso, e un poverismo produttivo abbastanza avvilente, sprecano ulteriormente un'idea che aveva grosse potenzialità. 

domenica 26 marzo 2017

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NON E' UN PAESE PER GIOVANI ( I, 2017)
DI GIOVANNI VERONESI
Con FILIPPO SCICCHITANO, GIOVANNI ANZALDO, SARA SERRAIOCCO, Sergio Rubini.
COMMEDIA/DRAMMATICO
Se in Italia il massimo che ti possono offrire è fare il cameriere, e se riesci a trovare qualche migliaio di euro, per provare ad aprire un'attività in un luogo in cui si possa ancora metter su qualcosa, perchè non trasferirsi a Cuba? Due ragazzi, che si conoscono appunto sul lavoro, in un ristorante romano, vanno a L'Avana con ventimila euro ciascuno, e, grazie al contatto di un'italiana che vive già da tempo nell'isola caraibica, vogliono allestire un ristorante sulla spiaggia dotato di Wi-Fi, che è un asso nella manica in un ambiente in cui è materia ancora rara. Ma i due sono molto diversi, e se uno è il classico ingenuo e un pò impacciato, l'altro rimane affascinato dalla pratica della boxe clandestina, particolarmente violenta e redditizia. Giovanni Veronesi, che ha preso spunto per questo suo nuovo lavoro, da una trasmissione radiofonica cui prende parte, si era occupato già del "mondo giovani" con "Che ne sarà di noi", ambienta questo racconto in una Cuba in fase di transizione, da fine regime a quel che verrà fuori: sospeso tra commedia, e dramma, il film convince maggiormente sul primo versante. Anche perchè la storia del più oscuro dei due protagonisti, Giovanni Anzaldo, che va ossessivamente a spaccare facce e a farsi pestare negli incontri di pugilato clandestini, assomiglia troppo alla parabola di Christopher Walken ne "Il cacciatore", emanando un'aria di dejà-vu che non giova al lungometraggio. Sul piano brillante, buone le interpretazioni di Scicchitano, Rubini e di una promettente Sara Serraiocco, che è la sorpresa del film, e da sottolineare la riuscita del personaggio del siciliano che si finge napoletano di Nino Frassica, che in tre scene sole dà una spruzzata di buonumore notevole, e avrebbe meritato maggior spazio. 
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FAST&FURIOUS 5 ( Fast Five, USA 2011)
DI JUSTIN LIN
Con VIN DIESEL, PAUL WALKER, Jordana Brewster, Dwayne Johnson.
AZIONE
Di solito le saghe cinematografiche, più longeve diventano, più probabilmente ( James Bond e pochi altri a parte) diluiscono sia l'effetto su pubblico e fans, e anche perdono nomi importanti per strada, o, contando sull'appeal del marchio, o brand, che dir si voglia, sugli aficionados, per ammortizzare i costi, si fa a meno di nomi pesanti o si mettono insieme copioni sempre più stanchi. Per quel che riguarda la serie di "The Fast and the Furious", nata nel 2000, e non ancora terminata, in questo quinto capitolo si è pensato di cambiare ambientazione, portando l'avventura a Rio De Janeiro, e reinserendo i personaggi più importanti degli episodi precedenti, guidati, naturalmente da Vin Diesel e Paul Walker. C'è un colpo da fare ai danni di un boss della mala brasiliana, ma la banda di Dom Toretto è osteggiata anche da una sorta di agente speciale, che pare più che altro un cacciatore di taglie, impersonato da Dwayne Johnson, che darà filo da torcere ai protagonisti. Scontato che si metta in scena uno scontro all'ultimo cazzotto tra i due colossi Vin Diesel e Dwayne Johnson, il film è una sorta di "Ocean's Eleven" a motore, in cui, in una metropoli abitualmente ipertrafficata come Rio, si fanno corse folli e a velocità spropositata, curiosamente trovando sempre strada sufficientemente libera: nel mezzo, ci sono spostamenti di inimicizia e di alleanze, fino al tutto per tutto conclusivo, con una ripetizione-schema di deus ex machina che crivellano il cattivo di turno un attimo prima che tiri il grilletto. Inverosimile e indulgente verso chi organizza furti in grande stile, inseguimenti scellerati, e sparatorie nel bel mezzo dell'abitato, il film comunque ha incassato assai bene, e ha portato avanti la saga, introducendo nuovi personaggi. Con una dichiarata simpatia per le famiglie allargate, ma per il resto, si viaggia, pur velocemente, sul prevedibile andante. 

sabato 25 marzo 2017

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ADULTERIO ALL'ITALIANA ( I, 1966)
DI PASQUALE FESTA CAMPANILE
Con NINO MANFREDI, CATHERINE SPAAK, Vittorio Caprioli, Maria Grazia Buccella.
COMMEDIA
L'uomo che si appresta a condividere un appassionato momento nel lettone di una bella signorina, che vive in un attico con le pareti a vetri, e sedicente diplomatico sempre in viaggio, per l'appunto è il marito di un'amica della giovane, e viene scoperto presto: scatta così una vendetta della sposa, la quale le gioca tutte per far pentire il coniuge della brutta sorpresa che le ha fatto. In un'epoca in cui i cambiamenti di costume erano all'ordine del giorno, la metà degli anni Sessanta, in cui ci si apprestava a spingere sempre più in là quel che si poteva mostrare, e gli argomenti di cui si poteva trattare sul versante sesso, al cinema, le commedie a proposito di rapporti tra uomini e donne fioccavano: qua l'intenzione è di mettere in burla le certezze da maschio, con l'autocompiacimento del cercare piacevoli diversivi qua e là, seguiti dal terrore di ritrovarsi le odiatissime corna a propria volta. Quinta regia per Pasquale Festa Campanile, "Adulterio all'italiana" non è uno dei titoli migliori di una filmografia comunque discontinua: vorrebbe pungere certi aspetti della mentalità dell'uomo italico, ma è spuntato, non ha gran verve brillante, è percorso per tutta la sua durata, in pratica, da una canzoncina scioccherella (qui si tratta di "Bada Caterina" di Carmen Villani, ma è un vizio che si coglie in molti titoli analoghi dell'epoca, contrappuntati da melodie yè-yè di poco sapore), e non convince, soprattutto, un Manfredi che sembra tenere a freno la propria  carica di interprete, per un ritratto di borghesuccio cui non viene nemmeno messa in evidenza la fondamentale insulsaggine. 

giovedì 23 marzo 2017

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IL DIRITTO DI CONTARE ( Hidden figures, USA 2016)
DI THEODORE MELFI
Con TARAJI P.HENSON, OCTAVIA SPENCER, JANELLE MONAE, Kevin Costner.
DRAMMATICO
Dietro le grandi imprese, ed i nomi più in vista che le hanno compiute, spesso ci sono ignoti che hanno dato un contributo notevole affinchè l'evento si avverasse, ma Storia e cronache non ne hanno riportato i nomi. Nella corsa allo spazio che avvinse molta della popolazione mondiale negli anni Sessanta, per preparare lo sbarco sulla Luna, fu necessario prima far partire i missili verso il confine dell'atmosfera terrestre, e "Il diritto di contare" ( il titolo italiano gioca anche sul fatto che si parli di donne fenomenali nel fare calcoli matematici, fondamentali per le operazioni nello spazio, ma quello originale, "Figure nascoste", è più significativo) narra la vicenda di tre afroamericane che dettero una spinta cruciale nel lavoro degli ingegneri e costruttori di razzi americani, dediti a giocarsi con i sovietici la supremazia nel cosmo. Il film diretto da Theodore Melfi ha ottenuto tre nominations agli ultimi Oscar, ed è uno dei grandi successi della stagione in America: costruito con buona amministrazione dei momenti drammatici e di impegno sociale e civile, stemperati da qualche innesto brillante, al momento giusto, condito con musica degli anni Sessanta azzeccata, il lungometraggio scorre via liscio eppure corposo, sforando le due ore di durata, e convincendo più del titolo d'esordio del regista, "St. Vincent", che presentava cose interessanti miste ad altro da tralasciare. Del cast spicca sia la disponibilità di Kevin Costner ad interpretare il ruolo importante, ma in secondo piano, del direttore del centro in cui si svolge la maggior parte della storia, che, soprattutto, il brio, la grinta e la forza delle prove delle tre vere protagoniste, Taraji P.Henson ( una sorpresa), Octavia Spencer e Janelle Monàe. Tuttavia, non si sfugge alla sensazione di una furba autocelebrazione, utile a ricordarci come sia bella, democratica e capace di abbattere ogni barriera pregiudiziale l'America; ma lo spettacolo è godibile.

domenica 19 marzo 2017

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THE GREAT WALL ( The great wall, USA/CHI 2017)
DI ZHANG YIMOU 
Con MATT DAMON, Jing Tian, Pedro Pascal, Willem Dafoe.
FANTASTICO/AVVENTURA
Il mercato cinematografico, come un pò tutta l'industria, per reggere alla politica dei costi sempre più alti, guarda ad Oriente per forza di cose: il bacino di fruizione dei kolossal è laggiù ampio, e i soldi provenienti dagli incassi orientali nove volte su dieci sono quelli che trasformano un buon successo in un vero trionfo, o un mezzo flop in un affare. Coproduzione kolossal, con regista di peso messo sul ponte di comando, come Zhang Yimou, "The Great Wall" non è una ricostruzione storica del perchè venne messa su la Grande Muraglia in Cina, ma un racconto fantastico e avventuroso su un'invasione di mostri cui solo la possanza dell'opera e il coraggio degli assediati possono dar filo da torcere. Capitano per caso due occidentali, giunti in cerca della polvere da sparo, e dopo le iniziali diffidenze reciproche, daranno man forte ai cinesi assaltati. La scena del primo scontro tra umani e verdi invasori è la cosa migliore del film, con un gusto particolare per messinscena e ritmo: però, se non altro per certificare l'operazione con una firma d'autore, forse non c'era bisogno di scomodare un regista amato dalla critica internazionale come Yimou, per allestire un lungometraggio sì spettacolare, ma anche leggermente monotono nella narrazione, e con troppa computer graphic in evidenza. Non c'è passaggio del racconto che non sia prevedibile, e, benchè il colosso si faccia vedere senza provocare reazioni particolarmente contrariate, non avvince mai, e non lascia molto di sè nello spettatore. Nella generale atmosfera di operazione commerciale, Matt Damon fornisce una delle prove meno sentite della propria carriera, e ci mette solo mestiere, ma è un pò quello che, nel contesto, fanno tutti.

sabato 18 marzo 2017

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LI TROVERO' AD OGNI COSTO
( Hide in plain sight, USA 1980)
DI JAMES CAAN
Con JAMES CAAN, Jill Eikenberry, Robert Viharo, Danny Aiello.
DRAMMATICO
In un periodo in cui molte delle grandi stars hollywoodiane, soprattutto se emerse tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta, sentirono l'urgenza di passare anche dietro alla macchina da presa, vedi Redford, Eastwood, e altri ancora, anche James Caan fece il suo debutto, prendendo spunto da una storia realmente accaduta, con un film drammatico su un padre divorziato, la cui ex-moglie sposa un gangster di mezza tacca, e questi, testimoniando contro alcuni capomafia, entra nel programma per la protezione testimoni, e così sparisce insieme alla donna e ai due figli del protagonista. La faticosa ricerca per capire cosa sia successo, e dove l'uomo possa rintracciare i bambini, chiaramente viene osteggiata dalle forze dell'ordine, cui si rivolge, perchè potrebbe compromettere le cose. E' un peccato che il divo non abbia perseverato nel portare avanti la carriera da regista, perchè "Li troverò ad ogni costo", in cui si riserva anche il non semplice ruolo principale, di un uomo come tanti, ma ostinato, è un'opera prima interessante, concisa, senza capriole narrative o inverosimiglianze madornali, con una buona attenzione ai dialoghi e qualche scelta registica molto fine ( la discussione tra il protagonista e l'ex-moglie coperta dal traffico mentre la macchina da presa si allontana è un bel momento di cinema). Caan, da attore, dà una buona interpretazione, lasciando spazio anche ai caratteri secondari: se si vuol trovare un difetto alla pellicola, è la chiusura, in cui si dà un'accelerata notevole alla vicenda, con un punto di vista probabilmente anarchico nelle intenzioni, populista  e un pò maschilista nei fatti. 

giovedì 16 marzo 2017

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JACKIE ( Jackie, USA 2016)
DI PABLO LARRAIN 
Con NATALIE PORTMAN, Peter Sarsgaard, John Hurt, Billy Crudup.
BIOGRAFICO/DRAMMATICO
Sette giorni, l'arco narrativo comprende il tempo intercorso tra il 23 ed il 30 Novembre del 1963, tra quelli che maggiormente marcarono la Storia americana del XX secolo, incentrandosi sulla donna più in vista degli Stati Uniti, la first lady Jacqueline Bouvier Kennedy. Il film diretto da Pablo Larrain incornicia il breve e tristemente intenso periodo nell'intervista rilasciata ad un giornalista che rimarrà a noi spettatori anonimo: la bella donna dal sorriso a prova di copertina si è tramutata in una figura spettrale, dalla pelle bianca e dal volto tesissimo, quando apre la porta all'uomo della stampa. Dagli spari in Elm Street, a Dallas, la corsa via dal luogo dell'attentato, con Jackie che stringe quel che resta della testa del marito, al giuramento in urgenza del vice Lyndon Johnson, al corteo funebre dietro alla bara del presidente americana da poco ucciso, "Jackie" definisce in un lasso di tempo relativamente breve come una settimana, un evento storico nefasto di forte portata, sulle cui dinamiche, e sul cui senso, molti si sono lambiccati senza trovare adeguate risposte. Girato su commissione, giacchè al regista cileno il lavoro è stato conferito da Darren Aronofsky, è un lungometraggio di forte interesse, che si occupa di un personaggio che è stata una protagonista della Storia, ma la sceneggiatura gioca a un minimalismo piuttosto azzeccato, puntando sulla tenuta emotiva della giovane vedova. La scena più difficile da dimenticare è il crollo di Jacqueline Kennedy mentre si pulisce dal volto il sangue del marito poco prima assassinato: Natalie Portman, la rivale che, probabilmente, in maniera maggiore ha conteso l'Oscar a Emma Stone, fornisce un'altra prova da attrice matura e di alto livello, mentre Peter Sarsgaard dà una nota abbastanza ambigua a Robert Kennedy, anche se i meno amati da sceneggiatori e regista sono i Johnson, ritratti come portatori di un'adunca e sfrenata ambizione. 

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IL POLIZIOTTO DELLA BRIGATA CRIMINALE
( Peur sur la ville, F 1975)
DI HENRI VERNEUIL
Con JEAN-PAUL BELMONDO, Adalberto Maria Merli, Charles Denner, Rosy Varte.
THRILLER 
Sbirro in gamba, ma poco disciplinato, come vuole la tradizione, il commissario Letellier ha un conto in sospeso con un delinquente italofrancese, cui dà la caccia senza esclusione di colpi; dopo aver investigato tra extracomunitari africani clandestini (curioso, un film del 1975 che tratta tematiche attuali ancora oggi...), riesce a beccare il delinquente, con il quale ingaggia una lotta che avrà il suo momento cruciale su un treno in corsa. Ma siamo solo a un terzo del film, perchè poi il protagonista ha un grattacapo ancor peggiore: un serial killer di donne, a suo vedere "licenziose", che prima perseguita telefonicamente le proprie vittime, e poi passa ai fatti. Il folle si fa chiamare Minosse, e promette di combinarne di brutte. Thriller poliziesco che non nega atletismi vari a Jean Paul Belmondo, che, com'è noto, molto raramente ricorreva a farsi sostituire da controfigure ( e la scena in cui si cala dall'elicottero prima della fine è di buona tensione), "Il poliziotto della brigata criminale" è un buon giallo, costruito non senza finezze registiche da Henri Verneuil, il quale dona un bel taglio a storia e inquadrature, salvo inciampare in una conclusione un pò banale, che sciupa, in parte, l'esito della pellicola. Pistola in pugno o intento ad arrampicarsi sulle tegole di un tetto, su una macchina lanciata all'inseguimento sostituendo dal sedile del passeggero il guidatore appena morto, Bebel ci mette la grinta e quella faccia da ceffoni in una sfida con Adalberto Maria Merli, che si regge su un certo quantitativo di suspence. 

martedì 14 marzo 2017

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KONG:SKULL ISLAND ( Kong:Skull Island, USA 2017)
DI JORDAN VOGT-ROBERTS
Con TOM HIDDLESTON, BRIE LARSON, Samuel L.Jackson, John Goodman.
FANTASTICO/AVVENTURA
Finora abbiamo avuto tre versioni ufficiali di "King Kong" (1933, 1976, 2005), con lo schema che sappiamo, isola sconosciuta su cui il gorilla gigante è una divinità, cattura e trasporto a New York, dove la creatura morirà, non prima di essersi liberata, ambientate tutte negli anni Trenta. Questa volta, invece, siamo nel 1973, e tra "Bad moon rising" e "Ziggy Stardust" vediamo una compagine per metà militare, per metà composta da ricercatori ed altro, partire alla volta di un'isola nel Pacifico, dietro finanziamento di una grossa compagnia, la Monarch (ne sentiremo riparlare, sicuro, negli altri progetti del sorgente Monsterverse, come "Godzilla vs. Kong"), ed incontrare una serie di animali ipertrofici, di proporzioni preistoriche, ma mai incontrati precedentemente in forma fossile. Ovviamente, chi comanda sull'isola è lui, Kong non ancora King, ma più gigantesco che mai, e il primo scontro con gli elicotteri è devastante, nonostante la potenza di fuoco dei velivoli: da lì in poi il comandante dei soldati vuole la sua vendetta, mentre il cacciatore a capo del resto dei sopravvissuti, capisce che il gorilla è quello che mantiene gli equilibri del territorio. L'operazione, va detto, soprattutto dopo la bellissima versione di Peter Jackson di oltre dieci anni fa, pareva perlomeno azzardosa, perchè un mito del Cinema come King Kong, pur avendo conosciuto anche versioni balzane come quelle giapponesi, è sempre qualcosa cui riferirsi con la cautela del caso: però, se si escludono certe illogicità della trama (una su tutte: il natante su cui viene risalito il fiume, con quale benzina viaggia, dove viene trovata?), e che negli anni Settanta non era possibile una tecnologia come quella in dote ai militari, c'è da divertirsi. In quanto il film ha ritmo, il senso dell'avventura non manca e, anche e soprattutto, attenzione a questo regista, Jordan Vogt-Roberts, che dona al film uno smalto visivo, ed una cura dell'inquadratura di tutto rispetto, originali e indovinatissime, senza stuccare per eccesso di virtuosismo: la sequenza, ad esempio, del flash che annuncia come si muove uno dei mostri, aspettandone l'agguato, è da antologia di questo genere. Nel cast, se Tom Hiddleston convince meno come eroe tutto d'un pezzo che come ironico villain, e Brie Larson non brilla particolarmente, la parte del leone la fanno i veterani Jackson, Goodman e Reilly, in personaggi smaccatamente caricati, ma anche "laterali" al racconto ( a parte il colonnello interpretato dalla star nera), comunque lasciando il segno. 
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BEATA IGNORANZA ( I, 2017)
DI MASSIMILIANO BRUNO
Con MARCO GIALLINI, ALESSANDRO GASSMAN, Valeria Bilello, Carolina Crescentini.
COMMEDIA
Due opposti modi di porsi circa il web e i social network, tra due ex-amici, completamente diversi per modo di vedere il mondo e comportarsi, entrambi insegnanti, che si ritrovano nella stessa scuola dopo anni di non comunicazione, per una faccenda sentimentale che li ha divisi. Da questo spunto prende il via questo nuovo lavoro di Massimiliano Bruno, che pone l'un contro l'altro armati di cellulare, o meno, Marco Giallini e Alessandro Gassman: Bruno, rispetto ad altri suoi colleghi della generazione dei Genovese, Miniero & C., per sua stessa ammissione, guarda maggiormente al risvolto sociale, perchè, giustamente, ritiene che la commedia debba raccontare il proprio presente e tramandarlo. Quello che non va, però, è lo sguardo, assai superficiale, su quello che intenderebbe narrare, sia esplicitamente, che tra le righe: fin dall'esordio con "Nessuno mi può giudicare", oggettivamente una commedia con diversi spunti divertenti, ma con punto di vista morale assai opinabile, Bruno ha evidenziato, nel suo cinema, una faciloneria un pò goffa nel valutare, irridere e mettere in scena certi temi dell'Italia di tutti i giorni. Qua, pur con due interpreti bravi, che si conoscono e altrove hanno funzionato molto bene in coppia, vedi "Se Dio vuole", il film inciampa spesso, diverte poco o per niente, e non centra mai l'obiettivo della critica o della nota sarcastica ma mirata. Per cui, in un quadro in cui tutti recitano sopra le righe, forse per mascherare la poca verve della sceneggiatura, si arriva in fondo perplessi, quando non annoiati. 

lunedì 13 marzo 2017

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BOLLENTI SPIRITI ( I, 1981)
DI GIORGIO CAPITANI
Con JOHNNY DORELLI, GLORIA GUIDA, Alessandro Haber, Lia Tanzi.
COMMEDIA/FANTASTICO
In pieno declino, persi tutti gli averi per sconsiderate operazioni finanziarie, il conte Giovanni degli Uberti ha un insperato colpo di fortuna, quando, mentre gli stanno pignorando tutto, giunge la notizia di uno zio che gli ha destinato il lascito di un castello: il quale potrebbe rappresentare l'occasione per riempire le dissanguate casse di casa. Ma nel castello c'è un inatteso ospite, proveniente dal passato: il fantasma di un avo di Giovanni, e inoltre una bella infermiera è, al 10% pure lei destinataria dei beni del parente... Si vede la mano di Giorgio Capitani, specialista della pochade all'italiana, nel gioco di sostituzioni, equivoci, raggiri, che compongono il cuore della trama: tra l'altro, questo fu il primo film girato assieme dalla coppia Dorelli/Guida, e il cantante/attore si sdoppia nel duplice ruolo dell'erede e dello spettro bonario. Però la trama è sciapa parecchio, nonostante il brigare degli interpreti, tra i quali spicca un Haber leggermente meno nevrotizzato di diverse sue apparizioni, e, nella sostanziale inoffensività della pellicola, difficile trovare un qualsiasi merito, anche perchè la trama va avanti a spintoni e inciampi, e, nonostante si parli di un fantasma, la messinscena è modesta e gli "effetti speciali" molto opinabili....                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               

venerdì 10 marzo 2017

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LOGAN- The Wolverine ( Logan, USA 2017)
DI JAMES MANGOLD
Con HUGH JACKMAN, Dafne Keen, Patrick Stewart, Boyd Holbrook.
FANTASTICO/AZIONE
2029: Wolverine è invecchiato, zoppica, vive in un silos abbandonato accudendo il novantenne professor Charles Xavier, affetto da Alzheimer, e non più capace di controllare il potere psichico che possiede. I mutanti non ci sono più, e Logan vive facendo l'autista a noleggio ( ma se provocato, è ancora pericolosissimo, come dimostra la scena iniziale), ma quando una messicana lo avvicina, chiedendogli di proteggere la sua bambina, le cose sono destinate a cambiare: anche perchè la piccola sembra avere più di un punto in comune con l'artigliato frutto di una mutazione e di innesti tecnologici.... Secondo episodio diretto da James Mangold della trilogia "solista" del più amato degli Uomini X, "Logan" svia dal consueto canone spettacolar-familiare del Marvel Cinematic Universe per un racconto con sapori western, molto più violento del solito (la differenza sostanziale è che la macchina da presa stavolta inquadra ciò che prima ometteva, con i risultati delle "unghiate" di Wolverine). Road-movie su una caccia a una minoranza, in cui curiosamente, per un film pensato, scritto e realizzato mesi prima della svolta trumpiana degli USA (lo sguardo deplorante ai clienti che inneggiano ubriachi "U-S-A! U-S-A!" al confine messicano, dice tanto), si può già parlare di un sarcasmo acido verso la provincia profonda, e le istituzioni militari, le più ultraconservatrici in America, il film porta ad un grado più adulto, soprattutto per quel cui accenna e dice, tra le righe, il livello del cinema tratto dai fumetti di supereroi, così come ha fatto Christopher Nolan con Batman. La tonalità è quella, più matura e amara, analoga per certi versi a quello che si prospetta per Luke Skywalker nel prossimo "Star Wars": perchè non è concessa fuga o pace agli eroi, e non c'è minaccia o guerra che non raggiunga il senso di responsabilità degli stessi. Hugh Jackman si accolla buona parte della riuscita del lungometraggio, con una riproposizione sofferta di un personaggio cui deve molto, senz'altro: nei duetti malinconico-ironici con Patrick Stewart c'è un senso di affettuosa nostalgia, cui però "Logan" dedica lo spazio giusto, coinvolto in una storia di sopravvivenza e di disprezzo per la prepotenza delle non-minoranze, adeguata a un momento storico affatto rassicurante. 
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PASSENGERS ( Passengers, USA 2016)
DI MORTEN TYLDUM 
Con JENNIFER LAWRENCE, CHRIS PRATT, Laurence Fishburne, Michael Sheen.
FANTASCIENZA
Uscita kolossal di inizio anno, con dispiegamento di mezzi notevole, per quanto riguarda scenografie e allestimento, con due giovani star che probabilmente campeggeranno sui manifesti per ancora molti anni a venire, "Passengers" narra un viaggio futuro, verso una colonia terrestre verso la quale occorrono novant'anni per raggiungerla: disgrazia vuole che uno dei passeggeri si risvegli dal sonno criogenico indotto per un mal funzionamento, e dopo un anno circa di isolamento forzato, e come unica compagnia un barman-robot, si incapricci di un'altra viaggiatrice, e la stacchi dall'ibernazione. Novelli Adamo ed Eva, i due si innamorano, con lei inconsapevole del ruolo del compagno di viaggio, ma la scoperta della verità cambierà le cose. Se si guarda, appunto, all'impegno produttivo, a "Passengers" non c'è da imputare certo nè trasandatezza, nè mancanza di spettacolarità ( la scena della massa d'acqua in assenza di gravità è di ottimo livello), interessante la citazione ironica da "Shining" con Pratt che dialoga con Sheen-robot come Jack Torrance e Lloyd; ma su un piano narrativo, il racconto scivola sempre di più verso una prevedibilità, ed un dejà vu indolenti, con un'ultima parte che sfida ogni logica, pur di trovare per forza un happy end deludente e bugiardi. Tra Jennifer Lawrence e Chris Pratt, la più convincente è lei, perchè lui funziona finchè la butta sullo spavaldo, ma quando deve assumere il lato drammatico del personaggio, per ora non funziona proprio: e notare la marchettona conclusiva, a sorpresa, di uno che una volta fu un divo, ed appare giusto in due inquadrature. Se fiaba spaziale e d'amore voleva essere, il film del norvegese Morten Tyldum ( sarà un gioco di parole, ma che regia smorta...) non centra mai il bersaglio dell'incantamento dello spettatore, essenziale per fargli credere l'inverosimile.

domenica 5 marzo 2017

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T2-TRAINSPOTTING 2 ( Trainspotting 2, GB 2017)
DI DANNY BOYLE
Con EWAN MCGREGOR, Jonny Lee Miller, Robert Carlyle, Ewen Bremner.
GROTTESCO/COMMEDIA/DRAMMATICO
Solitamente i sequels, dopo molti anni dal primo film, sono destinati a non essere granchè, e a finire ben presto nel dimenticatoio, schiacciati dall'originalità e dalla riuscita, "unica" del capostipite. Non è così per il secondo "Trainspotting", nel quale il rischio era grosso assai, perchè a metà degli anni Novanta, fu un "must" per una generazione, quasi un' "Arancia meccanica" di quell'era, in cui il sarcasmo limaccioso e feroce dei libri di Irvine Welsh trovava una felicissima traduzione nell'adattamento per il grande schermo di Danny Boyle. Vent'anni sono passati dalla fuga di Mark Renton con i soldi che avrebbe dovuto spartire con la bandaccia di sempre, e quando ritorna a Edimburgo, l'accoglienza da parte di Spud, Sick Boy e Begbie è a dir poco ostile, con l'ultimo che gli dà la caccia dopo essere riuscito ad evadere dal carcere in cui era rinchiuso: nessuno di loro ha messo la testa a posto, tranne, forse, o perlomeno si è più "inquadrato" Renton, che però non la conta giusta, al primo incontro. E così, visto che urge far soldi, e cercare la svolta, gli ex-ragazzi terribili si inventano diverse cose per rimediare un metodo per trovare un senso, ed una relativa sicurezza, almeno economica. Ma le cose sono spesso più complicate di quel che si pensi. Boyle compie una proiezione che include tante cose piovuteci addosso in questo lasso di tempo trascorso tra i due film, dal web che regolamenta tanto della vita comune, al Viagra, dallo stand-by perpetuo degli ultraquarantenni di oggi che continuano a rievocare quanto fosse bello negli 80 e nei 90, e una condizione social-economica che è vistosamente peggiorata per tutti, o quasi. Inevitabili gli accenni al primo titolo, per compiere dei riallacciamenti pressochè chirurgici, eppure il monologo che fa Renton al ristorante definisce con forza il male di oggi, che è la paura del futuro, assurda quanto comprensibile e fin troppo diffusa. McGregor, Miller, Carlyle e Bremner riprendono i propri ruoli come se non se ne fossero staccati mai, e se è vero che ci sono almeno due scene di una comicità irresistibile, come quella della canzone improvvisata al pub dei protestanti, e l'incontro fortuito nella toilette, rimane impressa l'immagine finale, di uno dei personaggi più importanti che, di fronte al gran marasma che è l'Oggi, ritiene opportuno che l'unica, forse, sia ballarci su.
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CAFE' SOCIETY ( Cafè Society, USA 2016)
DI WOODY ALLEN 
Con JESSE EISENBERG, KRISTEN STEWART, Steve Carell, Blake Lively. 
COMMEDIA/SENTIMENTALE
Gli anni Trenta sono stati visitati più di una volta, negli ultimi tempi, da Woody Allen, e comunque la prima metà del XX secolo, vedi anche "Magic in the Moonlight", "La maledizione dello scorpione di Giada", "Midnight in Paris": anche "Cafè society" è ambientato nel decennio antecedente la II Guerra Mondiale, e descrive un triangolo amoroso a Hollywood tra un giovane, una ragazza e lo zio di lui. Ovviamente i due uomini non sono consapevoli di contendersi la stessa donna, la quale lavora per l'uomo più maturo, e ne è l'amante da tempo. Si sa, i sentimenti e le passioni sconvolgono l'ordinario, e quando i due uomini si confidano su un problema di cuore che li eccita e al contempo affligge, non sanno ancora che è la solita che occupa i pensieri di tutti e due, finchè inevitabilmente, si arriva allo svelamento, che aprirà nuovi sviluppi... La fotografia di Vittorio Storaro, per la prima volta in collaborazione con il regista, è uno dei valori aggiunti della pellicola, cui dà una smagliante luce, tra i film infatti meglio illuminati alleniani; su un racconto che sembra, fino a due terzi, sottolineare il cinico senso pratico del mondo ( nonchè un filo di misoginia abbastanza accentuato), poi rigioca la carta del sentimento nonostante le strade prese dai personaggi, e dal corso della vita stessa, Woody Allen confeziona un film gradevole, ma che niente aggiunge alla sua longeva e ormai lunga filmografia, divagazione sui ruoli, sull'ingenuità e sulle convenienze, anche di relazione. Nel cast, oltre a Eisenberg che, come altri prima di lui, gioca a imitare le stralunate movenze di Woody ormai troppo in là con gli anni per interpretare certi personaggi, buone le prove di Kristen Stewart e Steve Carell, e però sia Blake Lively che Corey Stoll sono relegati un pò troppo sullo sfondo. Forse, rispetto ad altri lavori di Allen, leggermente più malinconico nel finale, o forse è solo un tardo slancio di romanticismo.

sabato 4 marzo 2017

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CREEPSHOW 2 ( Creepshow 2, USA 1987)
DI MICHAEL GORNICK
Con GEORGE KENNEDY, DANIEL BEER, LOIS CHILES, PAGE HANNAH.
HORROR
A cinque anni di distanza dall'uscita del primo "Creepshow" ( da noi arrivò più di un anno dopo), ecco un seguito, con una storia che non era entrata nel film precedente ( "L'autostoppista", qui terzo episodio), e una sceneggiatura cui Stephen King ha probabilmente dato più spunto che messo realmente mano. Come nel film di Romero, la cornice è un ragazzino che legge fumetti orrorifici, qui perseguitato da una banda di coetanei dai modi violenti, ai quali non converrà molto l'accanimento con cui molestano il ragazzo, il tutto in versione animata, e "Creeps", lo spettro-demone che introduce le storie, è in una versione ancora più stilizzata. Nel primo capitolo, due anziani gestori di un emporio vengono uccisi da dei giovinastri, ma la statua di un pellerossa cui aveva lavorato il negoziante si anima e compie una vendetta "indiana"; nel secondo, due coppie di giovani si recano in un lago, per fumare un pò di erba e fare qualche tuffo da una piattaforma, ma una melmosa chiazza galleggiante comincia a divorarne uno per volta; nell'ultimo episodio, una signora-bene che frequenta un gigolò, nel tornare verso casa, in ritardo, investe un autostoppista, e si dà alla fuga, ma il cadavere vivente della vittima, sempre più in disfacimento, continua a tormentarla sulla strada. La regia è del direttore della fotografia dell'originale "Creepshow", Michael Gornick, e la differenza con la mano dell'autore di "Zombi" è considerevole: pur essendo un divertissement, ma anche un titolo minore della filmografia romeriana, il primo film aveva elementi più memorabili, e volutamente grotteschi, rispetto alla messa in scena pressapochistica e evidentemente miserella di questi tre episodi che appaiono quasi appartenenti a serie tv "di paura" che negli anni Ottanta erano prodotti per provocare brividi di poco conto. C'è stato anche un "Creepshow 3", ma visto questo, si può probabilmente farne a meno....
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AUTOBAHN-Fuori controllo ( Collide, GB/D 2016)
DI ERAN KREEVY
Con NICHOLAS HOULT, Felicity Jones, Ben Kingsley, Anthony Hopkins.
AZIONE
"Autobahn" in tedesco significa autostrada, ed infatti, un momento cruciale di questo film d'azione coprodotto tra Germania e Gran Bretagna, lì si svolge. C'è un giovane americano, finito in Germania per sfuggire a dei problemi lasciati in patria, che incontra una coetanea, parte una relazione, ma per un problema di salute della ragazza, occorrono soldi, e tanti: abile con le macchine, il giovane ricontatta dei trafficanti per cui svolgeva lavoretti in precedenza, e tenta un colpaccio, inguiandosi però ulteriormente, perchè un grosso boss della mala, apparentemente proprietario solo di un'azienda di trasporti, si accorge della furbata. E' curioso constatare che il regista Eran Kreevy ( nel film appare anche nei panni del sicario più tenace e silenzioso, con la barba folta) conosca, ed impieghi, una grammatica cinematografica ottima, con inquadrature, movimenti di macchina da presa, montaggio e uso del suono di alto livello, che stupiscono, perchè non è comune trovare certa abilità e padronanza registica, in un film di pura azione così: il problema è che Kreevy se l'è anche scritto, e, soprattutto nella seconda metà della storia, colleziona capitomboli di logica, strafalcioni narrativi e inverosimiglianze a cottimo tali da screditare buona parte dell'operazione. Ci sono due star consumate come Ben Kingsley e Anthony Hopkins, che istrioneggiano ma in modo da essere funzionali a ruoli e film, però a Hoult e alla Jones il regista e sceneggiatore ha fornito qualche clichè di base, ma non ha loro sviluppato i personaggi. Non proprio un pastrocchio, ma un'insolito corto circuito tra aspetto visivo e sostanza narrativa.