
LA CURA DAL BENESSERE ( A cure for wellness, USA/D 2016)
DI GORE VERBINSKI
Con DANE DEHAAN, Mia Goth, Jason Isaacs, Celia Imrie.
HORROR
L'amministratore delegato di una grossa azienda di Wall Street è sparito: le ultime notizie circa l'uomo lo vedevano in vacanza in un centro benessere in Svizzera, ed il giovane intermediario rampante, che lavora per la stessa compagnia, viene minacciato di perdere il lavoro e finire in carcere, perchè ha fatto il furbo, se non andrà a recuperare il pezzo grosso, la cui presenza è cruciale per i boss della ditta. Ma la gita in Europa non sarà per niente semplice, perchè il centro si rivelerà tutto, fuorchè un'esperienza rilassante.... Gore Verbinski ritrova il cinema dell'orrore sedici anni dopo "The Ring", che è stato uno dei grandi successi della sua carriera: parte come un thriller fosco, "La cura dal benessere", ma la trama lo porta progressivamente nei canali del cinema orrorifico: il regista ne ha scritto anche il soggetto, e si avverte che è un lavoro più personale di altri titoli della carriera di un director che tra trionfi al box-office (il citato "Ring" ed i primi tre "Pirati dei Caraibi") e lungometraggi più autoriali ("The Weather man", "Rango") ha avuto alti e bassi di considerazione. Questo è, tuttavia, un film molto derivativo, giacchè cita a più non posso, vedi l'inquietante piscina ("Suspiria"), l'incidente con il cervo ( lo stesso "The ring"), una scena che chi soffre un pò la fobia del dentista, non dimenticherà ("Il maratoneta"), ma, soprattutto, il debito è verso le paure suscitate da Mario Bava, e nello specifico, "Operazione paura", e più che mai "Gli orrori del castello di Norimberga", di cui si riprende lo snodo principale dei misteri che gravitano sul racconto. Forse troppo lungo, perchè dura quasi due ore e mezzo, fa apprezzare il lavoro della regia, che incuriosisce ed inquieta lo spettatore con soluzioni mai gratuite: peccato che approdi ad un finale risaputo, in cui il Male all'ultimo viene sconfitto rocambolescamente. Anche se, ad onor del vero, Verbinski si congeda dal pubblico con un'ultima inquadratura ambigua. Tra gli attori, Dane DeHaan conferma riflessi che lo fanno somigliare ad un giovane Klaus Kinski, e un attore bravo, ma sottoutilizzato ad Hollywood, come Jason Isaacs, nel ruolo del misterioso direttore del centro benessere, dà buona prova del proprio talento.

COLLATERAL BEAUTY ( Collateral beauty, USA 2016)
DI DAVID FRANKEL
Con WILL SMITH, Naomie Harris, Edward Norton, Helen Mirren.
DRAMMATICO
Stranezze del pubblico: "Collateral beauty" negli USA è risultato essere il peggior risultato economico della carriera di Will Smith, andando peggio persino di "After Earth", considerato il picco più basso di una filmografia perlopiù di grandi successi, mentre da noi è tra i maggiori incassi della stagione, dominando, a sorpresa, il box-office di Gennaio. Nei titoli di testa, Howard è un pubblicitario che diffonde ottimismo con un entusiasmo coinvolgente, ma subito dopo ci appare, tre anni dopo, come un uomo affranto, spento, perso in una depressione tremenda. Certo, ne ha ben donde: ha perduto la figlia di sei anni, per via di un tumore al cervello, e non accenna a riprendersi. I tre partners che con lui hanno fondato l'agenzia cercano di dargli una scossa, ed ingaggiano tre attori che impersonino Morte, Amore e Tempo, entità cui il protagonista ha inviato simboliche lettere, per tentare di ricondurre il collega, e amico, via dal baratro sul cui orlo vive. Che sia un film programmaticamente lacrimevole, "Collateral Beauty", è ovvio: che si regga su un'astruso e contorto escamotage narrativo, è piuttosto vero. Però, che il film, a mano a mano che scorre, se si accetta l'assurdità dello spunto, conquista un interesse che si fa solido soprattutto verso la conclusione, quando la pellicola si tramuta, quasi, in un thriller sentimentale, con snodi che mettono a fuoco alcune cose apparentemente semplici da decifrare, ma che trovano concretizzazione solo alla fine. E se la regia di Frankel si premura, forse, di voler dare spiegazione a tante cose, d'altro canto mette tanto sentimento nel racconto: del cast le migliori sono le donne, da Naomie Harris, a Helen Mirren, a Keira Knightley e Kate Winslet, che tengono a freno il rischio di ridondanza emotiva della storia .
SQUILLO ( I, 1996)
DI CARLO VANZINA
Con JENNIFER DRIVER, RAZ DEGAN, Paul Freeman, Luigi Montini.
THRILLER
I Vanzina hanno provato più volte a spaziare per generi, ferma restando la fedeltà alla formula della commedia che resta ciò che ne ha garantito il successo: soprattutto per il thriller vagamente ispirato a Dario Argento ( del quale hanno ingaggiato, qui, uno dei corresponsabili del declino, diciamolo, lo sceneggiatore Franco Ferrini), che con "Mystere" e questo "Squillo" hanno più o meno imitato. Polonia, 1989: viene giù il muro di Berlino, ed una famiglia di contadini osserva le scene dell'evento storico in tv ( notare la leggerissima tendenza al clichè con le persone, in quanto lavoratrici della terra, che non si lavano neanche per andare a tavola...). Italia, 1996:la bellissima polacca Maria giunge a Milano a trovare la sorella che, misteriosamente, ha un ottimo tenore di vita, ma dopo una notte sparisce, e non dà segni di sè. La protagonista contatta allora la polizia, incontrando un ispettore con orecchino, codino, e dallo sguardo da sciupafemmine di un modello ( infatti, vedi il caso, lo è): scoprirà che la sorella faceva la squillo di lusso, e che dopo un party tenuto nella sede di una multinazionale, è avvenuto qualcosa di strano.... Il film è un giallo insulso, in cui viene compiuto un omicidio in un palazzo affollato, con una vittima che viene trascinata ad un piano superiore, curiosamente senza che nessuno abbia notato la situazione, e scaraventata di sotto, un trucco ( quello dei ricetrasmettitori) vecchio e bolso già nel 1996, dialoghi che non stanno nè in cielo, nè in terra, recitazione e regia che latitano, ed una trama che va avanti a singhiozzo, con una logica inesistente ( l'ispettore che coinvolge la sorella di una donna scomparsa in un'indagine? Questa che si finge prostituta per cercare di individuare il colpevole?), ed una scena da antologia del ridicolo: quella in cui Maria passa dietro all'assassino, che è al telefono, con le scarpe in mano per non fare rumore. Roba da far indignare Will Coyote.

L'UOMO INVISIBILE ( The invisible man, USA 1933)
DI JAMES WHALE
Con CLAUDE RAINS, Gloria Stuart, William Harrigan, Henry Travers.
FANTASTICO.
Dal classico della fantascienza letteraria di H. G. Wells, un film che a sua volta è divenuto un classico di quella cinematografica: nel 1933 girare una pellicola che avesse negli effetti speciali un punto di forza era veramente "avanti". Quindi, se preso come film di fantascienza, "L'uomo invisibile" ( che avrà seguiti, e di cui Paul Verhoeven girerà un remake redditizio e più sanguinario nel 2000), è ancora un lungometraggio notevole, considerando i mezzi di cui disponevano all'epoca della realizzazione: convince meno se, come nelle intenzioni della Universal, che lo produsse, questo avrebbe dovuto essere un horror, che, francamente, visto poi oggi, non arriva mai ad inquietare lo spettatore. Altro elemento notevole del film, l'interpretazione di Claude Rains, specialmente in lingua originale, con la voce che pesa moltissimo sulla resa del personaggio: la major volle proprio l'attore inglese, apprezzandone il dinamismo e la duttilità di toni, per un carattere che, pur essendo protagonista della storia, si vede in volto solo nel finale. Whale, regista di spessore qual'era, dà un avvio memorabile al racconto, con l'arrivo dell'uomo invisibile sotto la neve alla locanda, però, rispetto ai suoi lavori su Frankenstein, questa è un'opera minore, nonostante la fama ed il successo arriso alla sua uscita. Si nota la mano del regista soprattutto per i ritocchi sull'umanità del personaggio, che diventa pericoloso, ma anche disperato e sotto pressione, e tuttavia legato al sentimento che prova per la figlia del ricercatore per cui lavorava: però, la scena della caccia all'uomo invisibile nella locanda, con la tenutaria megera che strepita continuamente, sembra rapportarsi alle comiche, e non è evidente più di tanto quanto fosse volontario l'umorismo che ne scaturisce.

THE ACCOUNTANT ( The accountant, USA 2016)
DI GAVIN O'CONNOR
Con BEN AFFLECK, Anna Kendrick, J. K. Simmons, Jon Bernthal.
THRILLER/AZIONE
Christian Wolff è un contabile abilissimo con i numeri e, in segreto, collabora con diverse losche organizzazioni per risolvere i loro problemi di traffico di denaro: in più, all'occorrenza, Wolff rivela un inusitato talento di killer professionista, attentissimo a coprire i propri movimenti, e abile nel centrare i propri obiettivi. Ne conosciamo il passato, segnato dalla sindrome di Asperger ( problema che ha attinenze con l'autismo, ma non compromette le funzioni cerebrali, seppure porti a comportamenti ossessivi e rituali), l'abbandono della madre e la crescita con il padre, ufficiale, che ai figli ha insegnato che la vita è una battaglia e bisogna difendersi da tutti. "The accountant" è un thriller che ha scene d'azione molto ben costruite, che si discosta da molti lavori analoghi, puntando parecchio sulla psicologia dei personaggi e su come si relazionano tra loro, giocando bene un paio di colpi di scena. Certo, ha qualche tocco di inverosimiglianza, soprattutto nel crescente "body count" finale ( la somma dei morti ammazzati), ma è un film lungo più di due ore che avvince e si prende la briga di non disperdere via via snodi narrativi, e funzionalità dei personaggi. Ben Affleck, alle prese con un personaggio che cova sotto pelle, trattenendoli, tutti gli impulsi emotivi, è in una delle sue migliori prove da attore, ma occhio a Jon Bernthal, che sta diventando un interprete con opportunità sempre maggiori, da "Fury" in poi. In Italia non ha avuto gran successo, ma questo è uno dei migliori thriller della stagione cinematografica.

A MOST WANTED MAN- La spia ( A most wanted man, USA/GB/D)
DI ANTON CORBIJN
Con PHILIP SEYMOUR HOFFMAN, Rachel McAdams, Grigoriy Dobrygin, Willem Dafoe.
THRILLER/DRAMMATICO
Che tra servizi segreti corra di rado buon sangue, tra gelosie professionali, ambizioni di dimostrare di essere i migliori sul territorio e giochi sporchi tra Stati, è risaputo. In questa spy-story dal passo contrastato degli accadimenti reali e poco romanzati, appunto, un agente dei servizi anti-terrorismo tedeschi elabora una strategia molto arzigogolata, per mettere nel sacco una personalità in odore di finanziamenti a trame eversive legate ai fanatici islamici, e le pedine sono un immigrato clandestino ceceno, una giovane avvocatessa tendente all'idealismo, un banchiere dal passato nebuloso, ed un tramite è un'ambigua dirigente della CIA sul posto. Dato che il film è desunto dal romanzo "Yssa il buono" di John Le Carrè, è sacrosanto aspettarsi che non tutto andrà come progettato dal protagonista, e quel che di umanamente etico, è rimasto nella spia, andrà deluso dall'andamento delle cose, e dalla logica di chi controlla il Potere. Dopo il fallimento di "The american", Anton Corbijn gira un altro thriller legato al mondo parallelo di agenti segreti e piani nascosti, in una Amburgo poco frequentata dal cinema: "A most wanted man" è un giallo a tinte drammatiche ben costruito, con una sceneggiatura che, in vari passaggi, va seguita con attenzione, per non perdersi del tutto nella successione di propositi ed eventi della pellicola. La penultima interpretazione di Philip Seymour Hoffman dona verità ad un personaggio mai del tutto chiaro, ma che in fondo vorrebbe, sebbene a modo suo, fare meno danni possibile e si rivela meno cinico dei giochi cui partecipa: non è un capolavoro, ma un thriller solido, degno del complicato disegno politico-geografico di questi anni.

ALICE ATTRAVERSO LO SPECCHIO
( Alice- Through the looking glass, USA 2016)
DI JAMES BOBIN
Con MIA WASIKOWSKA, JOHNNY DEPP, Helena Bonham-Carter, Sacha Baron-Cohen.
FANTASTICO
"Alice in Wonderland" nel 2010 fu un successo mondiale di portata straordinaria, complice anche l'esplosione del 3D, che per un paio d'anni caratterizzò molte delle grosse uscite delle majors, comportando anche una maggiorazione del costo del biglietto. L'adattamento del romanzo più celebre di Lewis Carroll fu, a un tempo, festeggiato da molti spettatori giovanissimi e dagli esercenti per le somme portate al box-office, e deprecato da appassionati del libro, salutato da molti fans del regista di "Edward Mani di Forbice" come la resa definitiva di Burton a pretese autoriali. Che Tim Burton, negli ultimi dieci anni di carriera, abbia fatto molto per autolesionarsi, è comprovato ( ma mettiamoci pure quel remake, inutile, de "Il pianeta delle scimmie" del 2001), e che abbia concesso fin troppa briglia ad un Johnny Depp a sua volta in vena di volersi male, e perdere molto dell'appeal conquistato faticosamente presso il grande pubblico, pari discorso: il sequel voluto a tutti i costi dalla Disney, che lo ha affidato ad un regista giovane, venuto da due film sui Muppets, porta in scena il canovaccio del seguito delle avventure di Alice, per molti considerato un romanzo più complesso del primo, e di questo meno diffuso. Se, come si diceva, di Burton era scarsamente rintracciabile la vena geniale nel primo film, ma tuttavia conservava qualche lampo estroso qua e là, di questo è avvertibilissimo il peso della casa produttrice in ogni scelta fatta da sceneggiatura e regia. Il tutto si risolve in un dispendio di effetti speciali abbastanza fini a se stessi, e ad una forzatissima riconsiderazione di ogni personaggio, per cui nessuno è veramente cattivo, e, se saputo prendere, si scioglierà al punto giusto in un abbraccio di pentimento. Facendo così rimpiangere i sani vecchi cattivi di casa Disney, da Crudelia De Mon a Capitan Uncino, dalla strega di Biancaneve a Gaspare e Orazio, gaglioffi ladri di cuccioli di dalmata. Per il cast, poco da dire, sopra le righe un pò tutti, a cominciare dai troppo lasciati a se stessi Depp e Bonham-Carter, in uno dei sequel meno necessari di questi anni.