sabato 12 novembre 2016

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SETTE MINUTI ( I/F/CH, 2016)
DI MICHELE PLACIDO
Con OTTAVIA PICCOLO, AMBRA ANGIOLINI, FIORELLA MANNOIA, CRISTIANA CAPOTONDI.
DRAMMATICO
Sette minuti sono un lasso di tempo esiguo, però in certi casi, possono rappresentare un vero e proprio momento cruciale. Nel caso raccontato da questo film, che rappresenta la tredicesima regia cinematografica di Michele Placido, sono una clausola, una richiesta, e allo stesso tempo un espediente: perchè la fabbrica al collasso in cui lavorano le operaie a consiglio al centro del racconto, è vicinissima ad un accordo con una grande azienda francese, che salverebbe la baracca, ma chiede alle dipendenti di diminuire la pausa pranzo da quindici a otto minuti. Quasi tutte le lavoratrici, d'impeto, sarebbero per firmare l'accordo, ma la più anziana si impunta per non avallarlo, e cominciano gli scontri tra le undici donne. Placido, traendo il suo nuovo titolo da un'opera teatrale di Stefano Massini, a sua volta ispirato al vero caso di una vicenda accaduta proprio in Francia, nel 2011, fa una scelta coraggiosa, e questo gli va già a favore: in un cinema italiano perlopiù abitato da creativi, architetti, manager, punta su un ambiente operaio, per troppo tempo dimenticato da sceneggiatori e registi. I vari Monicelli, Scola, Petri, tanto per fare qualche nome, non si peritavano di mettere in scena certe problematiche, ad esempio. "Sette minuti", probabilmente, ad oggi, il miglior lavoro di Placido insieme a "Romanzo criminale", è un film che, in una struttura che richiama un modello eccellente quale "La parola ai giurati", giocando di tensione e di dialettica, tocca vari nervi scoperti: dall'integrazione, mancata o meno, degli stranieri, alle condizioni di lavoro, sempre peggiori per tutti, e non solo per i ceti proletari, la crisi che parrebbe giostrata a proprio favore dai colossi aziendali, il qualunquismo ottuso che è stato tra le grandi risorse di come questa società si è evoluta in peggio, l'accettare, sempre e comunque, che ha riportato le cose, per quanto riguarda i diritti, di mezzo secolo indietro. C'era, vero, il rischio di troppa carne al fuoco, ma lo spettacolo avvince e regge, facendo luce sui problemi e la condizione di ognuna delle donne protagoniste, senza esplicare troppo della sfera di ognuna, ma dando un'idea sufficiente. Bravissime tutte le attrici in scena, conosciute o meno, compresa una sorprendente, e finora purtroppo quasi inedita, in questa veste, Fiorella Mannoia. E la rabbia amara che la pellicola fa sentire a uno spettatore con un minimo di senso civico in corpo e in mente, quando esce dalla sala, è un sentimento che evidenzia l'importanza di un cinema così. Speriamo non resti un caso isolato. 
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IL CONSIGLIORI ( I/USA, 1973)
DI ALBERTO DE MARTINO
Con MARTIN BALSAM, TOMAS MILIAN, Francisco Rabal, Dagmar Lassander.
DRAMMATICO/AZIONE
Il debordante successo de "Il padrino" creò un'ondata di film di vario livello sulla mafia, solitamente narranti regolamenti di conti tra clan di malavitosi, evidenziando, più o meno, distinzioni di etica tra le varie cosche, e rapporti di sangue e tradizione, a contrasto con i gangsters che pensano solo ai traffici redditizi: Tullio Kezich bollò questo sottogenere come una forma di pubblicità alla mafia, e forse non aveva tutti i torti. In questo film diretto da uno specialista del B-Movie all'italiana Alberto De Martino, Tomas Milian, figlioccio del boss Martin Balsam, esce di prigione, e si ricongiunge con il maturo capoclan: ma il carcere lo ha cambiato, faceva l'avvocato della Famiglia, ma vuole venir fuori dal giro. Gli alleati del capomafia, però, temono che possa parlare troppo, e così comincia uno scontro all'ultimo sangue, che farà diversi morti. Ambientato per tre quarti in America e nel finale in un paese siciliano, in cui si consumerà la maggior parte della carneficina, "Il consigliori" è infarcito di dialoghi-clichè, le situazioni delle riunioni tra nemici/amici risapute, c'è anche un pranzo con un mafioso che intona "E lucean le stelle" di pucciniana memoria, con accento di Broccolino, abbastanza imbarazzante, ma più che altro, quello che stona, sono i momenti che vorrebbero essere "commoventi", delle conversazioni tra i due protagonisti, con tanto di musica adatta più ai coevi film lacrimoso-ricattatori quali "L'albero di Natale" o "L'ultima neve di primavera". E dire che per molti è uno dei migliori titoli del genere: Tomas Milian, curiosamente, per un attore che poi è diventato iconico recitando sopra le righe col "Monnezza", fa un personaggio dai toni contenuti, mentre Martin Balsam, che in Italia trovò una seconda giovinezza, mette mestiere e poco altro. Finale al piombo, come si conviene in queste situazioni.

venerdì 11 novembre 2016

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VELOCE COME IL VENTO ( I, 2016)
DI MATTEO ROVERE
Con MATILDA DE ANGELIS, STEFANO ACCORSI, Paolo Graziosi, Roberta Mattei.
DRAMMATICO
Il film a sfondo sportivo è stato prerogativa del cinema americano, in cui, forse, la competizione, il sacrificio e il combattere per arrivare ad un obiettivo, viene più naturale: produrre un film che ha per base le corse rallystiche, ispirato alla vera storia di un corridore, Carlo Capone, in Italia, con un solo nome celebre nel cast, Stefano Accorsi, ha richiesto senz'altro del coraggio. I due fratelli Giulia e Loris, divisi da diversi anni di differenza, ma anche dai guai che il maggiore, il maschio, si porta dietro per natura, ex-promessa del volante bruciatosi con la tossicodipendenza, devono giocarsi tanto per partecipare al campionato italiano GT, e c'è un altro fratello più piccolo da tutelare: tra diversi contrasti, i consanguinei arrivano a fare squadra, e al momento giusto Loris sarà una presenza decisiva. Girato con grinta, piglio deciso ed un senso della ripresa, e del montaggio, che niente hanno da invidiare ai costosi film americani d'azione, "Veloce come il vento" è un lungometraggio che tiene sulla corda sia la parte emotiva, del racconto dei rapporti di sangue, e quella sportiva, con la tensione delle gare, i rischi corsi e l'adrenalina del traguardo. Ben venduto a livello internazionale, meritatamente, mette in luce un regista nuovo, e fa ben sperare per il cinema italiano, il quale, in relativa sordina, sta dando segnali di nuova vitalità, se si vogliono vedere. Nel cast giusto dir bene  della giovane Matilda De Angelis, e fa piacere ritrovare Accorsi, che qui, appunto "all'americana", si presta ad una trasformazione fisica per rendere bene lo "sciupato" Loris, segnato dai problemi personali. Da apprezzare la schivata della conclusione perbenista su questo personaggio: in un film americano, tanto per dire, l'avrebbero presa in pieno. 

domenica 6 novembre 2016

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MAGIC IN THE MOONLIGHT ( Magic in the moonlight, USA 2014)
DI WOODY ALLEN
Con COLIN FIRTH, EMMA STONE, Simon McBurney, Eileen Atkins.
COMMEDIA
Star dei giochi di prestigio sotto le spoglie dell'orientale Wei Ling Soo, il compassato Stanley viene contattato da un vecchio amico e collega per cercare di smascherare una giovane donna, sedicente sensitiva, che, secondo l'uomo, sta cercando di buggerare un'abbiente famiglia amica. Duro e intransigente, dotato di un sarcasmo al vetriolo, Stanley prova a giocare vari tranelli alla ragazza, che però, via via, tira fuori cose che mettono in crisi le sue certezze. Non ebbe gran stima da parte dei critici neanche in Europa, "Magic in the Moonlight", venendo bollato, più o meno, come un'ennesima, stanca, riproposizione dell'Allen in chiave leggera, sulle beffe dei sentimenti e sull'ambientazione negli anni Venti. Condotto con un piglio registico forse più accurato che in altre pellicole dirette dall'autore di "Crimini e misfatti", questo suo film n.44 ha, certo, reminiscenze di "Scoop", tanto per fare un esempio, e, se si vuole, uno spunto collegabile a "La migliore offerta" del nostrano Giuseppe Tornatore. Però, rispetto, ad esempio, al successivo "Irrational man", questo è un lavoro gestito con garbo e con più o meno dichiarato intento al cinema leggero-sentimentale degli anni in cui è ambientata la storia, con tanto di love-story che procede per susseguirsi di situazioni, dubbi e slanci, quasi mai resa esplicita. Vero, i personaggi secondari sono forse unidimensionali, ma, se letto nella chiave di quel cinema retrò, ci si accorge che questi erano i canoni: Colin Firth sta a metà tra un disincanto strafottente ed una riluttante inclinazione all'innamoramento, Emma Stone fornisce una prova di personalità, pur facendo il verso alle eroine indipendenti delle commedie dell'età d'oro hollywoodiana. E un film leggero leggero, elegante e sfacciatamente "old style" enuncia la propria morale, con l'amore che sovverte ogni razionale timore, non nuova ma mai vecchia.
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DOCTOR STRANGE ( Doctor Strange, USA 2016)
DI SCOTT DERRICKSON
Con BENEDICT CUMBERBATCH, Chiwetel Eijofor, Rachel McAdams, Tilda Swinton.
FANTASTICO/AZIONE 
Portare sul grande schermo un personaggio noto perlopiù ai fans dei fumetti duri e puri, longevo e affascinante come il dottor Strange, è stata una mossa relativamente coraggiosa da parte della Marvel, sezione cinema: però è vero che una delle produzioni più arrischiate della casa produttrice, fu, due anni fa, "Guardiani della Galassia", che ebbe un grande riscontro ( da noi non moltissimo) e di cui in tanti attendono con impazienza il sequel, che verrà l'anno prossimo. Chirurgo di consolidato successo e di grandi prospettive, Stephen Strange finisce coinvolto in un incidente d'auto che ne rovina l'abilità con le mani, e, sconvolto, parte per l'Oriente, in cui forse ritroverà la possibilità di diventare di nuovo un mago degli interventi: entra in contatto con una comunità di mistici, presieduta dall'Antico, figura che lo inizia ad altre dimensioni. E, ovviamente, cominciano anche i pericoli, anche per la realtà che conosciamo. Diretto dallo Scott Derrickson di "Sinister", il cinecomic muta alcune cose dalla carta stampata allo schermo, con buona pace dei sostenitori più accaniti della tradizione, come il sesso dell'Antico, e Mordo, che nei fumetti è un acerrimo nemico di Strange, ma qui è un alleato che ha un diverso approccio alla magia e al paranormale. Nonostante i temi sfiorati, siamo alle prese con un film che viaggia sull'intrattenimento a tutti i costi, e il taglio che civetta con la psichedelia e le invenzioni grafiche a getto continuo ( forti derivazioni da "Inception" di Nolan, tuttavia) accattiva lo spettatore e diverte: Benedict Cumberbatch apporta incredulità, spaesamento e ironia ad un personaggio di solito algido sulla carta, mentre, forse, anche se Mads Mikkelsen rimane un attore di qualità alta, il suo villain non ha lo spessore giusto. Rivedremo il fantasmagorico Doctor Strange presto, nel terzo "Thor", tanto per dire....

sabato 5 novembre 2016

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THE NEON DEMON ( The Neon demon, F/USA/DK 2016)
DI NICOLAS WINDING REFN
Con ELLE FANNING, Abbey Lee, Jena Malone, Christina Hendricks.
HORROR
La sedicenne Jesse giunge a Los Angeles con l'obiettivo di farsi strada nel mondo delle modelle, vive in un motel di terza categoria, ed entra in contatto con la truccatrice Roberta, che la introduce nell'ambiente: l'innocenza, l'energia e il candore della ragazza rappresentano un elemento di disturbo, per le giovani donne con cui fa conoscenza, o manifestano solo un interessato stupore? Il gioco può farsi pericoloso, e qualcosa di vampiresco lentamente si insinua nei rapporti, alimentando le tensioni e giungendo a diventare nefandezza vera e propria. Nicolas Winding Refn, che ora si firma vezzosamente "NWR" sui titoli, è un cineasta da cui ci si attende sempre qualcosa di incisivo, e, come tutti i registi di personalità forte, si è creato oramai un proprio stile personale, riconoscibile già da poche inquadrature. A Cannes "The Neon demon" è stato proiettato suscitando applausi ma anche fischi e urla di disprezzo e raccapriccio: anche se la forte violenza di diversi momenti del suo cinema qui è forse meno presente in scena, non mancano sequenze da sconsigliare agli animi delicati, come una delle più disturbanti scene di necrofilia viste in un film, e il finale, che infligge allo spettatore un sadico "outrage". Ad una prima parte affascinante, che monta di tensione in maniera lenta ma sostanziosa, ne succede una seconda in cui si avverte più che altro la voglia di shockare del cineasta danese, abbozzando una sorta di velato remake di "Suspiria", senza trovare la via della casuale salvezza tipica dei finali di Argento, ma puntando verso un ambiguo affermarsi del Male. Elle Fanning, è assodato, è uno dei volti del cinema di oggi e degli anni a venire, ed è uno degli aspetti positivi di una pellicola che alterna grazia visiva a inciampi narrativi, senza convincere mai veramente. 

venerdì 4 novembre 2016

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ANNI DI PIOMBO ( Die bleierne zeit, D 1981)
DI MARGARETHE VON TROTTA
Con JUTTA LAMPE, BARBARA SUKOWA, Rudiger Vogler, Franz Rudnick.
DRAMMATICO
Leone d'oro alla Mostra di Venezia nel 1981, e vincitore del David di Donatello per la regia di Margarethe Von Trotta, "Anni di piombo" è un cult della generazione nata attorno alla metà degli anni Cinquanta, ed un film che ebbe un forte impatto, all'epoca della sua uscita, al punto da far divenire il proprio titolo una definizione per quella lettura degli anni Settanta che vide il proliferare del terrorismo di matrice politica in Europa e in Occidente. Storia di due sorelle ispirate alle vere Eisslin, di cui una fece parte della banda Baider-Menhof, e morì in carcere apparentemente suicida come gli altri del gruppo terroristico, ma di cui venne sospettato l'assassinio "politico", e del loro rapporto mai semplice, la più grande adolescente ribelle e poi giornalista femminista, la più piccola sensibile e fragile da giovanissima, aggregatasi ad un gruppo di "rivoluzione armata" da adulta, il film, visto oggi, soffre probabilmente la marcata collocazione in un preciso momento storico e politico. Quello che colpiva a fondo nel 1981, in un periodo ancora fresco dei fatti riportati, visto oggi, con il disincanto tendenziale dei nostri anni, può apparire lontano, e saltano all'occhio dello spettatore le imperfezioni come un racconto in cui i meccanismi tra l'attuale ed il flashback non sempre sono fluidi, il bambino che dopo le prime scene sparisce, per poi ritornare nella parte finale, la mai troppo chiara definizione delle colpe della terrorista incarcerata: ma nell'intento del voler analizzare i perchè intorno alla celebre questione dei "compagni che sbagliano", che, per sommi capi, fu anche alla base de "Il nome della rosa", con il confronto-metafora tra i francescani ed i dulciniani da leggere come differenziazione tra militanti comunisti e sostenitori della lotta armata, "Anni di piombo" resta un documento di sofferta, sentita importanza. Anche nel voler sottolineare lo shock della Germania democratica e civile, di fronte alle colpe del passato ( le scene vere, visionate dalle sorelle da ragazze, di quel che venne trovato nei campi di sterminio).